Giovanni fa l’operaio da trent’anni. E quando sente “loro” parlare di articolo 18 non gli piace. Perché significa licenziamenti facili. Giovanni non ha studiato, non sa fare grandi discorsi, ma per istinto pensa che se si toglie a certa gente il freno della legge, ne approfitterà di sicuro per fare qualche pasticcio. E a pagare, c’é da scommeterci, saranno i soliti.

Giovanni però sa che suo figlio ha venticinque anni e per lui flessibilità fa rima con precarietà. Sa che per se e i suoi compagni con la crisi c’é almeno la Cassa integrazione, per suo figlio c’è un “arrivederci e grazie”, se va bene. Giovanni vede da troppo tempo che nel mondo del lavoro non c’è uguaglianza tra chi è tutelato e chi non ha niente.

Giovanni non ha studiato, ma si arrabbia se qualcuno pensa o dice che per rendere tutti uguali nel lavoro bisogna abbassare le tutele a tutti. Ma non si arrabbia se qualcuno gli chiede di sedersi intorno ad un tavolo e cercare una soluzione, un modo nuovo, per salvaguardare tutti, facendo le cose giuste.

Giovanni non ha capito perché i sindacalisti sono così arrabbiati prima ancora di cominciare a discutere. Anche quelli che prima, quando c’era l’altro governo, erano disposti a chinare la testa sempre e comunque.

Giovanni non è convinto che abolire l’articolo 18 sia una buona soluzione. Ma, mentre guarda suo figlio con il capo chino sul divano,  gli piacerebbe almeno vedere tutte le proposte concrete prima di mettersi a scioperare.

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