Italia, mondo. Da oggi, dopo 41 anni, lo stabilimento di Termini Imerese è chiuso. 1566 dipendenti sono a casa, per ora in cassa integrazione e poi si vedrà. Per qualcuno di loro ci sarà un nuovo lavoro, forse. Per i più anziani, prepensionamenti o chissà cosa. Per molti altri il buio.

Un’azienda che non produce utili non può sopravvivere, e la risposta non può essere certo che sia “mantenuta” dallo Stato. E’ già successo negli anni ’70 e ’80, e stiamo vedendo ora che significa: scaricare sul futuro i problemi del passato.

Ma un’azienda non è un’entità astratta. E’ fatta di padri e madri di famiglia. Piccoli imprenditori che s’ammazzano perché non sanno come pagare gli stipendi ai loro dipendenti; quadri, impiegati ed operai che dopo trent’anni e passa di lavoro fatto con passione e competenza, finiscono in mezzo ad una strada.

Intanto, poco lontano nel mondo, abili broker muovono miliardi di dollari dagli schermi dei loro computer, guadagnando e facendo guadagnare milioni ad anonimi investitori, che forse useranno quei soldi solo per accumulare altri soldi.

Qualcosa non va, in questo mondo che sembra andare verso la fine. Nessuno – neppure chi potrebbe – sembra voler far niente per cambiare questo qualcosa. Fino a quando, chissà.

Pubblicato su Giornalettismo

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