Eccoci qui, “con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Noi che non siamo mai sicuri che “quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”. “Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”.

Genova, sommersa dall’acqua. Genova e i suoi oltre 40 torrenti. Il Polcevera, lo Sturla, il Bisagno. E il Fereggiano, che l’altro ieri ha seminato paura e morte. Torrenti violentati da decenni di cementificazione selvaggia, in un Paese dove la gente applaude ai condoni, e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e centri commerciali, ammaliata dalle promesse di “meno tasse per tutti” o di un “nuovo miracolo italiano”. Gente soddisfatta perché non si “mettono le mani nelle tasche degli italiani”, mentre si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Perché la nave va e chissenefrega se nello scafo le crepe aumentano, “tanto non è mica roba mia, ci penserà lo Stato”.

Genova oggi somiglia a questa povera Italia assassinata dal cemento, governata da tanti incapaci e molti farabutti, con una pubblica opinione (se questa parola ha un senso nella lingua italiana) distratta se non addirittura complice di questi continui scempi. Se e quando questa classe dirigente se ne andrà, ricostruire in questo deserto delle idee, della coscienza civile e dell’umanità (altra parola che sembra priva di senso, ormai) sarà davvero un’impresa ai limiti dell’impossibile.

Ma in questa pioggia che ci bagna arriva anche un lampo giallo di sole: la solidarietà e la grandezza, che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, accanto al Marassi silenzioso, sembra ancora la superba. Con i suoi angeli dell’acqua che formano catene umane per tirare su chi è rimasto inghiottito dal torrente. Con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

Ma quella grandezza che ritroviamo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” capiremo che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese. E non solo ripararlo dopo la tempesta.

Adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

Pubblicato su Giornalettismo

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