La luce fioca accarezza i tetti mentre nel silenzio fresco un rumore rompe il risveglio assonnato della città. Sono camion che si fermano davanti alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Sono carri con dentro uomini, cento soldati tedeschi che scendono di corsa, facendo fuggire i gatti spelacchiati. Mentre la brezza soffia leggera alle 5 del mattino di questo sabato romano, i soldati bussano alle porte delle case mostrando un bigliettino dattiloscritto. C’è un ordine per tutti gli ebrei: prepararsi in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, vi porteranno in un campo attrezzato, con tutti i comfort, anche un’infermeria. Molti obbediscono e radunano le loro cose. Altri cercano di nascondersi, scappano. Ma i tedeschi sfondano le porte ed entrano nelle case, caricando uomini e donne, vecchi e bambini.

Nel Ghetto, ma anche nel resto della città, i tedeschi caricano la gente sui carri. Roma addormentata assiste silenziosa alla tratta di. questa “povera carne innocante”. Gli arresti continuano a Trastevere, a Testaccio e a Monteverde. La gente di Roma, la Roma città aperta, la Roma del Papa, guarda e non vuole credere ai suoi occhi, quando scopre che quell’ordine riservatissimo, partito qualche giorno prima da Berlino per “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei romani “mediante un’azione di sorpresa”, arrivato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, viene davvero eseguito. Non ci possono credere. Non ci vogliono credere. Pensano ai 50 chili d’oro richiesti dai tedeschi in cambio della tranquillità, oro che con enormi difficoltà la comunità ebraica ha messo insieme e consegnato qualche giorno prima in Via Tasso. Pensavano che i tedeschi sarebbero stati di parola e che nessun atto di violenza  sarebbe stato compiuto contro di loro. Ed ora guardano quella “povera carne innocente” strattonata, mentre il sole comincia ad illuminare il cielo plumbeo di Roma, riflesso nei camion grigi fermi davanti alla case con il motore acceso.

Camion che partono e si portano via più di mille persone senza colpa, tra cui 200 bambini. Partono nel silenzio atterrito di chi è riuscito a scappare in tempo ed ora guarda nascosto il fratello, la madre, l’amico che parte. Partono quei camion, viaggiano nel mattino romano, vanno verso Via della Lungara, entrano nel Collegio Militare di Palazzo Salviati. Restano lì per ore interminabili, mentre fuori la gente passa distratta, persa nei fatti suoi, in questa Roma abbandonata dal Re vigliacco, aperta per davvero, ma ai soprusi di bestie senza cuore e senza anima. Dentro, si sente la voce di qualche madre e il pianto di qualche bambino. Ma tutto è tranquillo, ordinato, mentre i soldati preparano il viaggio di questa “povera carne innocente”, di quest’umanità senza futuro che parte: carne da macello, bestiame pronto per l’olocausto. Vanno via, verso la stazione Tiburtina, silenziosi e senza forza, caricati dolcemente e con ordine su un convoglio di 18 carri bestiame. Bestiame pronto per la Soluzione finale. Partono muti e con gli occhi senza luce, verso un viaggio senza ritorno, in una livida giornata di un ottobre romano di tanti anni fa. Partono per non tornare, mentre intorno il venticello romano soffia, sempre più forte. Un vento che soffia e che cresce, un urlo straziante che si perde nella notte dell’uomo.

Un urlo che ancora si sente distintamente: a Roma, in Italia e in tutto il mondo. Ogni giorno. Ogni notte.  Anche oggi.

“All’alba di sabato 16 ottobre 1943 a Roma un centinaio di soldati tedeschi catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Caricati su un treno che due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, parte verso Auschwitz. Dei 1022 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.”

Questo post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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