“Una volta c’erano gli imprenditori che inventavano il lavoro. Oggi, sono invecchiati anche loro e quelli che lo inventano sono in Cina”. L’ha detto Umberto Bossi, e come si può dargli torto? In effetti, la Cina fa oggi quello che l’Italia faceva negli anni ’50 e ‘60. E cresce a ritmi vertiginosi, come accadeva all’ìItalia degli anni ’50 e ’60. Erano gli anni del boom economico, del miracolo italiano.

Quello che ci venne promesso nel 2001 da Berlusconi e Bossi: “Un nuovo miracolo italiano”. Fatto di meno tasse, meno burocrazia, più libertà, e molto altro ancora. Promesse non mantenute, anche prima che la crisi economica globale venisse a far saltare il tappo dell’economia italiana. Ma non è che quelle promesse erano un clamoroso inganno, come l’idea che basterebbe fare come in Cina (ovvero, tornare agli anni ’50 e ’60) per tornare ad essere l’Italia del boom?

Perché pare che alle economie mature non basti tirare sui costi, sfruttando come bestie i dipendenti e lavorando come formichine. Servono idee, progetti,  pensieri lunghi, mobilità sociale, valorizzazione del talento. Investire nella scuola, stroncare le lobby, incentivare l’innovazione. Un’idea di Paese che vada oltre la sagra paesana. Chiedere alla Finlandia, dove dal niente, mettendosi a studiarci su, è spuntata Nokia.

 

A fare Boom Boom si ottengono titoli sui giornali e il consenso dei gonzi. Sempre meno, per fortuna. Poi passata la sbornia padana ci si ritrova, più che invecchiati, semplicemente fuori gioco.

Pubblicato su Giornalettismo

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