Bossi: in principio fu il federalismo. Parola immaginifica, che evocava l’idea di un Paese con meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia, meno assistenzialismo. E solleticava palesemente l’umore degli abitanti dei monti e delle valli del lombardo veneto e del resto del nord contro i terroni fannulloni.

Sospinto dal vento, dopo la bufala della grande riforma del 2002 partorita dai 4 saggi di Lorenzago tra una polenta e l’altra, bocciata sonoramente da quei comunisti insensibili degli elettori italiani nel 2006, il federalismo ritorna sulla scena assieme al centro destra nel 2008. E stavolta, Bossi dixit, non si fanno prigionieri. Et voilà: ecco la legge delega! Et voilà: ecco i decreti attuativi. E federalismo sia.

Solo che, come molti – tra cui anche noi – avevano avvertito, questo è un involucro vuoto, tutto da riempire, e con buchi anche vistosi. Macché, dicono Bossi &c. Il federalismo è fatto. Sarà, però allora perché non cambia nulla, anzi. E anche nel nord, anche dove la Lega è padrona, gli sprechi continuano e le tasse aumentano. E arriva la sberla elettorale.

Vittima dell’illusione che egli stesso ha creato, un federalismo virtuale venduto per compiuto, ecco che Bossi in crisi di consenso deve inventarsi un’altra battaglia. Macché federalismo! Quello che ci vuole è il decentramento dei ministeri. Tutti – o almeno qualcuno, fosse anche un dipartimento scalcagnato – a Milano.

 

Ministeri decentrati, ovvero: spesa pubblica, stipendi pubblici, burocrazia. Che triste tramonto, povero Umberto.

Pubblicato su Giornalettismo

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