A leggere le bozze che circolano e le dichiarazioni che girano sulla nuova tornata dei decreti di attuazione della legge Calderoli sul federalismo fiscale si resta a dir poco perplessi. E non solo perché l’orizzonte temporale – che all’inizio prevedeva l’attuazione a regime entro 7 anni dalla data di approvazione della legge, e quindi entro il 2016 – viene spostato al 2019. Tre anni in più, per un processo tanto complesso, sono un’inezia. Anche se sono un segno che la materia non è semplice e si preferisce prendere tempo.

Ma il continuo spostare più in là l’orizzonte temporale, letto alla luce dei nuovi testi, ha un significato preciso: il federalismo fiscale, semplicemente, non si farà. Perché, così come esce da questa confusa nuova formulazione, o è inapplicabile o è devastante. Vediamo perché, cercando di non cadere nella trappola delle tecnicalità, che in questa materia rischiano di far perdere la bussola sulla “sostanza”.

La “ricetta” implicita del decreto legislativo è questa: vi diamo la “libertà” di sostituire con aumenti di imposta i trasferimenti che vi verranno meno con il tempo, se non riuscite a ridurre la vostra spesa per il finanziamento delle funzioni assegnate. Assumendo l’idea che le diverse aree del Paese abbiano una ricchezza pro capite – e conseguentemente, una base imponibile – simile e, al contrario, sacche di spreco enormi in alcune regioni rispetto alle altre. Ma in Italia, anche se anni e anni di propaganda stanno inculcando l’idea che le cose stiano così, le cose sono molto diverse.

Le entrate fiscali sono molto sperequate tra Nord e Sud. Ridurre i trasferimenti significherebbe, semplicemente, provocare un aumento oltre i limiti del sostenibile della pressione fiscale sulle regioni del Sud, quelle più povere. Oppure una drastica riduzione della spesa pubblica nelle aree in cui essa è più bassa. Ovvero, di nuovo, le regioni meridionali. Ma no, rassicurano i tecnici: la legge prevede la “perequazione” tra Nord e Sud, in modo da garantire parità di trattamento e prestazioni uguali tra Milano e Palermo.

Ma allora, i trasferimenti statali non sarebbero aboliti. Cambierebbero forma: anziché chiamarsi trasferimenti si chiamerebbero perequazioni. Con la foglia di fico, però, dei costi standard, ovvero – teoricamente – di un ancoraggio alla spesa delle regioni più virtuose. Peccato però che nel decreto sui costi standard, che dovevano essere determinati in base alla Legge, entro il 2011, non vi è nulla di concreto, limitandosi a prevedere la loro determinazione – se tutto va bene – al 2014, quindi dopo l’orizzonte di questa legislatura, ammesso che essa arrivi alla sua scadenza naturale. Il sospetto è che non si abbia neppure l’idea di dove iniziare.

Insomma, viene messo in piedi un complicato meccanismo, che richiederebbe un numero di anni che viene sistematicamente spostato in avanti, o per lasciare sostanzialmente le cose come sono o per sfasciare completamente l’unità nazionale. Un bel capolavoro. Tremonti, che non è scemo, lo ha capito benissimo, e tiene in equilibrio la questione per dare un contentino alle Lega, spostare più in là nel tempo le cose per rassicurare i governatori del Sud (quasi tutti di centrodestra) e reggere sul versante dei conti pubblici.

Ma è chiaro che anche la Lega Nord non è interessata alla vera attuazione del Federalismo fiscale. In fondo, a pensarci bene, se davvero si raggiungesse questo traguardo, la sua stessa ragione di esistere verrebbe meno. Meglio continuare con le chiacchiere, aggiungendo ogni tanto qualche decreto legislativo vuoto di contenuti o inapplicabile. Un distintivo per i gonzi.

Pubblicato su Giornalettismo

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