I consumi interni languono in tutto il mondo. In Italia anche di più, e il peggio per molti deve ancora venire. Tutti puntano sull’export per il futuro dell’Italia. Siamo import export Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddioo no il paese del Made in Italy? E i dati del 2010 sembrano positivi, tanto che il viceministro Adolfo d’Urso, commentandoli, ha ribadito che “Il made in Italy è in netta ripresa, con un profilo di crescita nei primi 7 mesi di quest’anno pari al +13,8%. Le esportazioni che restano l’unico traino alla ripresa economica italiana, volano di crescita del nostro prodotto interno lordo“.

L’EXPORT, UNA RISORSA – Ma l’export è davvero il motore per far ripartire l’economia italiana? In teoria sì: per questo la politica si affanna sul tema. Dalle “pacche sulla spalla” di Silvio Berlusconi che sigla accordi commerciali con alcuni paesi “emergenti”, Libia e Russia in testa. Alla Legge Reguzzoni-Versace sulla tutela del Made in Italy, approvata all’unanimità. Non mancano le polemiche: in molti dubitano che gli accordi bilaterali con paesi come Russia e Libia portino davvero, come ha detto il premier, cifre per un punto di Pil. La legge sul Made in Italy ha invece scatenato una guerra – che sarebbe stato meglio evitare – con l’Unione europea, che minaccia sanzioni. E anche nella maggioranza, dove Reguzzoni ha accusato proprio il viceministro Urso di voler insabbiare la legge perché ritarda i decreti di attuazione.

MA L’EXPORT NON VA – Che l’export possa essere il traino per far ripartire l’economia italiana è un po’difficile da credere, lasciando da parte dichiarazioni e polemiche ed analizzando i dati. Nel 2010 le esportazioni sono notevolmente cresciute rispetto all’anno scorso, ma è anche vero che esse avevano registrato nel 2009 un crollo senza precedenti (-21,2%). Ma questo è il meno. Le cose avevano cominciato ad andare male già prima: ad esempio nel 2008, quando il commercio mondiale era cresciuto del 15,3%, il “Made in Italy” era cresciuto di un misero 1,2%. E anche nel 2007, mentre il commercio mondiale cresceva del 16%, l’export italiano aumentava del 9,9%. E’ un fenomeno strutturale, che va avanti da 20 anni. Secondo le statistiche Istat e Ice la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali, calcolata in valore, è scesa dal 5 al 4% tra il 1990 e il 2003, e nel 2009 siamo addirittura caduti al 3,3%. La quota dell’Italia sulle esportazioni dell’Unione europea (a 15 membri) passa dall’11,3% del 1990 al 10% del 2009. Anno in cui il contributo al Pil della domanda estera netta è stato negativo: insomma, gli scambi con l’estero si sono ridotti più del Pil, abbassando ulteriormente il grado di apertura internazionale dell’economia italiana. La propensione a esportare dell’Italia, ovvero il rapporto dell’export sul Pil, è sceso nel 2009 al 24% a prezzi costanti. Dice il rapporto sull’Export dell’Istat pubblicato di recente che “si tratta dei livelli minimi all’interno dell’Unione europea, sensibilmente inferiori anche a quelli di paesi di dimensioni economiche comparabili all’Italia, come la Francia e il Regno Unito.”

TUTTA COLPA DELLA CINA? – Il colpevole di questa made in china Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiodebacle, secondo il “senso comune” alimentato anche da molti esponenti del governo e della maggioranza, è la Cina, e la sua “concorrenza sleale”. Soprattutto quest’idea ha fatto nascere la legge Reguzzoni-Versace che crea scompiglio nella maggioranza e tra Italia ed Europa. Ma quanto c’è di vero? Negli ultimi anni ha pesato l’esplosione della Cina, la cui quota sul commercio mondiale è passata dal 3,9% del 2000 al 10,2% del 2009. Il Rapporto Ice sul commercio internazionale dice: “La specializzazione dell’Italia in beni tradizionali e produzioni a bassa intensità di capitale è una delle cause della perdita di quote di mercato durante gli ultimi venti anni, il periodo nel quale la Cina ha costantemente accresciuto il proprio peso, quasi in modo esponenziale, fino a diventare, nel 2009, il primo esportatore mondiale davanti alla Germania”. Ma questa è solo una parte della storia. Primo, perché la nostra perdita di quota di mercato tra 2000 e 2009 non è enorme: poco più di mezzo punto percentuale. Poi perché nello stesso periodo, la Germania aumenta la sua quota di penetrazione dall’8,6% al 9,1%, e lo stesso fa l’Olanda. Deve esserci qualcos’altro.

ANALISI PER MERCI E PAESI – Scorrendo le statistiche in effetti i dati dicono che non è solo la Cina la causa dei nostri mali. Prendiamo in rassegna le 5 categorie merceologiche che rappresentano quasi il 60% delle nostre esportazioni, e vediamo che è successo nel periodo 2000-2009.

Prodotti alimentari. Rappresentano circa il 7% delle nostre esportazioni in merci, e siamo tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, Paesi Bassi, Francia e USA). I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, made in italy Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddioFrancia, Usa e Gran bretagna. Anche se la nostra quota di mercato cresce lievemente nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare molto meglio. Infatti, la dinamica del nostro export (+54% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+113%) nello stesso periodo.

Tessili. Rappresentano circa il 12% delle nostre esportazioni in merci, e siamo il secondo pese esportatore al mondo, dopo la Cina. I nostri principali mercati di sbocco Francia, Germania, Svizzera e Spagna, dopo il crollo della nostra quota di mercato negli USA e nel Regno unito. La nostra quota di mercato scende nell’ultimo decennio di oltre 1 punto percentuale. La dinamica del nostro export è negativa (-16% nel decennio) mentre il commercio mondiale è cresciuto del 54% nello stesso periodo. Qui soffriamo la concorrenza della Cina, ma c’è dell’altro: l’export tedesco (terzo paese esportatore al mondo) nell’ultimo decennio è aumentato.

Metalli. Rappresentano circa l’11% delle nostre esportazioni in merci, e siamo tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, Cina, e USA). I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, Svizzera e Spagna. Anche in questo caso, nonostante la nostra quota di mercato sia cresciuta lievemente nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare meglio: la crescita del nostro export (+49,7% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+112%) nello stesso periodo, nonostante il crollo del 2009.

Macchinari. Questo settore, nel quale rientrano beni quali i motori per macchine utensili, pompe e compressori, macchinari per l’industria, rappresenta il più importante settore di export, con circa il 19% del totale. L’Italia è tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, USA, Cina e Giappone. I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, USA e Cina. Anche in questo caso, nonostante la nostra quota di mercato sia cresciuta nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare di più: la crescita del nostro export (+24,5% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+52,7%) nello stesso periodo, e questo nonostante il crollo del 2009 sia stato per l’Italia meno grave del commercio mondiale.

Mezzi di trasporto. Un settore in cui sono incluse le auto, gli aerei, le navi, che rappresenta circa il 10% delle nostre esportazioni in merci. Qui seguiamo diversi paesi: Germania, Giappone, USA ma anche Francia e Spagna, ma non c’è concorrenza della Cina. I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, Usa, Gran Bretagna e Polonia. La nostra quota di mercato resta pressoché costante nell’ ultimo decennio. Ma il gap competitivo è evidente: il nostro export nell’ultimo decennio è rimasto costante, mentre il commercio mondiale cresceva, nello stesso periodo, del 55%. E l’Italia nel 2009 è persino calata meno del totale dell’export mondiale. Altro che Pomegliano o Melfi, caro Marchionne!

COMBATTERE LA CONCORRENZA – Questi dati mostranosafmarine2%5B1%5D Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddio che più che perdere quote di mercato nei prodotti in cui siamo forti, non riusciamo a cogliere le opportunità di crescita che si presentano. Uno studio di Giorgia Giovannetti, Marco Sanfilippo e Margherita Velucchi dell’Università di Firenze mostra che la Cina ha effettivamente guadagnato quote rilevanti di export in tutti i mercati e in tutti del manifatturiero, a scapito di molti paesi tra cui l’Italia. Ma “l’effetto competitivo della Cina verso i paesi più avanzati sembra essere ancora relativamente inferiore rispetto a quello su gran parte dei paesi asiatici.” E che “tra i paesi più avanzati, l’Italia, caratterizzata da una specializzazione su beni considerati tradizionali, sembra essere fra quelli più a rischio, specie nei mercati dei paesi ad alto reddito e degli emergenti, e in diversi comparti del manifatturiero”. Ma, conclude lo studio va valutato se “un’attenta politica di upgrading qualitativo delle esportazioni” possa servire ad “evitare che l’Italia perda ulteriori quote sui mercati internazionali e sulle produzioni tradizionali.” La nostra specializzazione è un problema, ma avremmo potuto intervenire. E non solo con leggi di tutela del marchio. Perché, dice il rapporto Istat, “l’effetto negativo della composizione merceologica delle esportazioni è indizio di una bassa elasticità della loro domanda rispetto al reddito, riconducibile tra l’altro alla relativa scarsità di innovazioni di prodotto, in grado di imporsi nei modelli di consumo delle famiglie.” E infatti, al netto degli effetti di composizione della domanda, la quota dell’export italiano “avrebbe avuto nell’ultimo decennio un andamento assai migliore di quello effettivamente registrato”.

DEFICIT DI COMPETITIVITA’ – Ma non è purtroppo solo un problema di specializzazione, su cui comunque qualcosa, nel lungo periodo, si poteva – e si potrebbe ancora – pure fare. Il problema della crisi dell’export italiano 500 0 332371 83358 Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiorisiede anche nella declinante competitività italiana. Elena Mazzeo e Alessia Proietti nel Rapporto dell’Ice illustrano un’analisi che si chiama constant market share. Viene molto usata nelle analisi del commercio internazionale, perché permette di isolare le determinanti che influenzano la capacità di esportare: il trend del mercato mondiale, la specializzazione settoriale, la specializzazione per paesi ed un effetto residuale che misura, appunto, la “competitività” del sistema. Applicata ai principali paesi europei, mostra che per l’Italia è negativo, ed in misura determinante, proprio l’effetto residuale, ovvero la competitività. Quello che manca all’Italia è una politica per l’internazionalizzazione. Che da noi viene confusa con qualche accordo per organizzare summit spettacolari o per varare leggi demagogiche in difesa del “Made in Italy”.

POLITICA PER L’INTERNAZIONALIZZAZIONE – La difesa del Made in Italy va fatta, ma come si deve. Sul piano della tutela del “marchio”, non dichiarando guerra all’Europa, come ha fatto la Lega nord con la sua difesa della Legge Reguzzoni-Versace. Il Commissario Ue all’Industria Antonio Tajani auspica l’adozione di un marchio europeo, nella scia di un progetto già maturo, cresciuto grazie a un’eurodeputata del Pdl, Lara Comi. Che ha fatto quello che dovrebbero fare i parlamentari europei: si è alleata trasversalmente con esponenti di tutti i gruppi politici e di diversi paesi ed ha proposto un regolamento a tutela del “Made In” Europa, approvato sia dall’Europarlamento che dalla Commissione europea. Un regolamento che rispetta i trattati europei e che per entrare in vigore necessita solo del sì del Consiglio europeo. Ma questa è solo una delle cose da fare. Se per le strade di Pechino spuntano come funghi locali con nomi italiani, tipo “Cappuccino”, e poi si scopre che essi sono spesso di proprietà americana, o tedesca, o cinese, la colpa non è dei mistificatori di etichetta. E’ ist2 5327708 creative meeting Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiola nostra. Che abbiamo un patrimonio di immagine, di competenze, di capacità imprenditoriali e lo stiamo sprecando. Occupandoci di processi brevi, o – quando proprio va bene – di export, ma con iniziative a volte anche lodevoli ma comunque estemporanee.

UN PROGETTO – PAESE – Come ricordava in un recente intervento Giovanni Ajassa, Responsabile Servizio Studi BNL, “solo attraverso una tensione sistematica verso più qualità e più innovazione si può pensare di riuscire a sostenere uno sviluppo in cui le quantità prodotte e vendute crescono di meno, ma il valore aggiunto unitario si conserva o aumenta. Riscrivendo la frase di Carlo Maria Cipolla, l’ Italia è chiamata oggi a produrre e vendere cose che piacciano al Mondo (e agli italiani) e che il Mondo (e gli italiani) accettino di pagare di più. Viceversa, senza innovazione e qualità il fatto di praticare prezzi più alti rappresenta solo l’ anticamera di un sistematico spiazzamento dell’offerta nazionale sui mercati esteri e di un ulteriore impoverimento del tenore medio di vita dei consumatori interni. La competizione di prezzo che ci viene dalle nuove economie dinamiche del Mondo non osserva pause e non fa sconti.” Parole condivisibili. La sfida di un progetto-paese mirato alla qualità e all’ innovazione è una partita da giocare subito, se si vuole evitare che anche l’Export diventi l’ennesimo rimpianto dello sviluppo economico italiano.

Pubblicato su Giornalettismo

Annunci