Per il sud c’è un piano. Lo avevano detto Tremonti e Fitto prima della pausa estiva nel corso della conferenza stampa in coda al CIPE. Lo ha scritto Berlusconi nel programma d’agosto, quello per mettere con le spalle al muro i finiani. E adesso lo ribadisce lo stesso Fitto. 100 miliardi di euro. Un piano monumentale.

UN ANNO DI ANNUNCI – Di un piano straordinario per il mezzogiorno il governo aveva già parlato un anno fa. Dopo che Gianfranco Micciché aveva minacciato di fondare un Partito del sud, prima delal diaspora che ha portato alla rottura della maggioranza in Sicilia, Berlusconi aveva annunciatoOra stiamo lavorando con i ministri delle Infrastrutture, dello Sviluppo e dell’Economia, dell’Ambiente e delle Regioni per mettere a punto un Piano innovativo per il Sud”.  Poi il Piano era slittato a marzo 2010, poi era stato annunciato per giugno un Piano da 250 miliardi di euro. Poi c’è stata la già ricordata conferenza stampa di Tremonti e di Fitto, e siamo arrivati ai giorni nostri. Molti annunci, per un governo che si autodefinisce del fare. Ma poco importa. Ammettiamo che sia la volta buona. D’altronde, “Piano piano si fece Roma”, no?

CHI VA PIANO NON FA IL PIANO – Stavolta, Fitto dixit, ci siamo. Con la Delibera Cipe del 30 luglio scroso si sono fatte tutte le ricognizioni, e sono uscite risorse ingenti. Ma di quali risorse parla il ministro Fitto? Secondo lui, al Piano dovrebbero essere destinati i 22 miliardi rimasti alle 8 regioni meridionali dopo i ripetuti scippi del governo nazionale, a cui si aggiungono i 18,5 miliardi destinati, sempre per il sud, alla gestione ministeriale. A questi andrebbero aggiunti i 31,5 miliardi dei Programmi regionali finanziati con i soldi dell’Unione europea. E siamo a 72 miliardi. Che, per inciso, non sono risorse nuove. Ma risorse già previste per il mezzogiorno, inserite in programmi già approvati dall’Europa o presentati da mesi allo stato nazionale, che con sapiente melina non li ha ancora approvati. Per i quali, insomma, quello che serve è non la ri-programmazione, ma l’attuazione. E gli altri 30 miliardi di euro? Qui entriamo nella pericolosa spirale del contenzioso in atto da due anni tra il governo più federalista del mondo e le regioni. Sono soldi da anni disponibili per le 8 regioni meridionali, o perché derivanti dalla precedente stagione comunitaria o dai soldi del vecchio FAS 2000-2006. Su cui però non c’è accordo. Per Fitto sono risorse mai utilizzate o di dubbio utilizzo, ma per le Regioni sono risorse su cui in parte esistono impegni giuridicamente vincolanti assunti con terzi, sotto forma di bandi per le imprese o progetti infrastrutturali già approvati o in corso di esecuzione. Una materia spinosa, su cui lo stesso Fitto ammettequalche contrasto”. Ma sia come sia, il dato di fondo è un altro. Lo Stato riprogramma risorse già esistenti e in gran parte già programmate.

UNA STORIA GIA’ VISTA, ANZI PEGGIO – Perché, come ha detto Tremonti, “le risorse disponibili troveranno adeguate forme di impiego. Non saranno disperse in mille rivoli, come è avvenuto finora, ma concentrate su opere fondamentali per il Sud’‘. Il nuovo piano per il Mezzogiorno, ha riferito Tremonti, prenderà forma a ‘’settembre-ottobre” quando ”apparirà in forma diversa una serie di strumenti nuovi coordinati da Palazzo Chigi’. Più che un Piano, un furto. Lo spiega bene il Presidente della regione Basilicata, Vito De Filippo: “Dopo aver utilizzato i Fas come il bancomat per finanziare varie altre attività, il governo ora ha deciso di svaligiare direttamente la cassa, mettendo su un tormentone estivo fondato su approssimazioni e malevole inesattezze che mira ad accreditare le Regioni come incapaci di spendere quei soldi’‘. In pratica, il Piano per il Sud rischia di essere un vero e proprio esproprio di risorse a danno delle Regioni, giustificato dalla loro “inefficienza” nel programmare e nello spendere le risorse stanziate. Ma le cose stanno davvero così? A dispetto dell’evidenza – ovvero di percentuali di realizzazione effettivamente modeste – sembra proprio di no. Per molte ragioni.

DUE PESI E DUE MISURE – L’obiettivo di disincagliare i fondi bloccati è sacrosanto. Ma Fitto e Tremonti non spiegano come mai, quando le Regioni hanno proposto la costituzione di un fondo unico alimentato dalle risorse regionali e nazionali provenienti dalla ricognizione sul mancato utilizzo da impiegare mantenendo il vincolo della destinazione territoriale con l’intesa in Conferenza-Stato Regioni, il governo ha detto di no. E non chiariscono perché come ricorda ancora Vito De Filippo, “si accanisce a verificare le percentuali di realizzazione per revocare quanti più fondi possibili alle Regioni, mentre a livello di Ministeri e direzioni centrali si accontenta di verificare l’esistenza dei soli impegni di spesa a cui, spesso, non è seguita alcuna attività”. La capacità di spesa risulta essere un vincolo per la riprogrammazione dei fondi solo quando l’incapace non risiede a Roma. E la melina che il Cipe fa da due anni con ttute le regioni, anche quelle “efficienti del centro nord, sui fondi Fas, mai sbloccati? E le risorse accantonate per il Fondo infrastrutture, Fondo ammortizzatori sociali e Fondo economie reale scippate, come abbiamo già raccontato qui, dai fas regionali e ricondotte alla gestione di palazzo Chigi di cui non risultano progetti approvati dopo più di un anno?

MEGLIO LE GRANDI OPERE? – Ma c’è dell’altro. Oltre che essere un gigantesco esproprio di risorse dal livello regionale a quello centrale, giustificato solo in parte dall’inefficienza delle regioni meridionali, questo nuovo piano rischia semplicemente di vanificare gli sforzi di programmazione sin qui fatti e di farci persino perdere le risorse di Bruxelles. E già, perché se le risorse nazionali – ammesso che ci siano – del Fas possono essere spese più o meno quando ci pare, quelle dell’Unione europea sono soggette al capestro del cosiddetto disimpegno automatico. Quello che gli stessi Fitto e Tremonti fanno valere come giustificazione per “commissariare” i programmi regionali. Ma l’utilizzo di quei fondi dovrà passare per i defatiganti negoziati con i funzionari della Commissione europea, che dovranno vagliare i nuovi interventi proposti, stabilirne la coerenza con le regole europee e con i programmi regionali già approvati. Cose che, come sa bene chi si occupa da vicino di questi “adempimenti burocratici” possono portare via mesi. E nel caso di una riprogrammazione monumentale come quella che s’annuncia, anni. Senza contare che, poi, le grandi opere vanno attuate. E nulla lascia pensare che – senza interventi sull’organizzazione della Pubblica amministrazione, delle regole per gli appalti pubblici, dei meccanismi di erogazione degli aiuti alle imprese, cose davvero necessarie – l’attuazione di questo nuovo Piano sia più semplice e più rapida di quelli regionali in ritardo. Rischiando che la montagna del Piano per il sud partorisca il topolino della non spesa di risorse cruciali. E il loro ritorno a Bruxelles. Un bel piano, non c’è che dire.

Pubblicato su Giornalettismo

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