Le analisi della Corte dei Conti recentemente pubblicate mostrano il crescente peso del debito da parte degli enti locali: per i comuni siamo ormai a oltre 70 miliardi di euro, una cifra che supera persino il totale delle loro entrate correnti. E che, accompagnandosi ad un costo del debito spesso superiore al “risultato economico” delle amministrazioni municipali, mette a rischio di dissesto finanziario diverse amministrazioni.

La tentazione di dare la colpa a sindaci e assessori che hanno utilizzato oltre ogni limite la facoltà loro concessa di indebitarsi sul mercato con la finanza creativa è forte. Forse in parte giustificata. Ma c’è dell’altro e di più: la politica  del iperfederalista Tremonti. Un federalismo all’incontrario fatto di tagli ai trasferimenti agli enti locali, accompagnati – tanto per gradire – dal blocco dell’autonomia impositiva. E per non farsi mancare nulla, da un patto di stabilità interno tra Stato ed Enti locali basato su tagli lineari talmente stupidi che molti sindaci veneti e lombardi lo ha sistematicamente denunciato, perché strangola chi ha razionalizzato e agevola chi ha continuato a spendere.

A questi capolavori di centralismo ora si cerca di rimediare con i decreti attuativi che istituiscono l’imposta municipale unica, che però rimandano le vere decisioni sulle cifre ad altri decreti che – con questi chiari di luna della politica – chissà quando e soprattutto se verranno: Ma che non toccano la vera ciliegina sulla torta: la famigerata abolizione dell’Ici sulla prima casa, confermata di fatto con l’esenzione prevista anche dall’Imu.

Scelta certamente pagante elettoralmente ma che – come nota Gilberto Muraro su La voce.info, “ci differenza dal resto del mondo, trasformando un’estesa minoranza di cittadini in non contribuenti, i quali avranno tutto l’interesse a chiedere più spesa comunale, che altri pagheranno” Che, per chi non lo sapesse, è l’esatto contrario della coincidenza tra elettore, contribuente e beneficiario di spesa pubblica. Ovvero il principio cardine del buon funzionamento del federalismo fiscale.

Il trend è quindi probabilmente destinato a proseguire, a meno di una sterzata davvero federalista che non sembra all’orizzonte. Anche perché, proclami demagogici a parte, l’esperienza insegna che i dissesti dei municipi vengono coperti prima o poi dal governo nazionale. Per evitare i rischi di bancarotta i comuni hanno sin qui usato anche la svendita del territorio, l’edificazione selvaggia fatta solo per far cassa. Sempre più difficile, con la crisi dell’immobiliare. Ma forse la “quadra” i comuni la troveranno. Con il federalismo demaniale: uno scempio annunciato, dove si valorizzano ad esempio le cime dolomitiche a prezzi di saldo, trasferendone anche la “proprietà” agli enti locali (ma non erano patrimonio dell’umanità?) che potranno, appunto, “valorizzarli”. Vengono i brividi, a pensarci.

Pubblicato su Giornalettismo

Annunci