In questo strano Paese è spesso necessario puntualizzare l’ovvio. La storia di Gianfranco Fini cacciato dal PdL, che forse ha in qualche modo favorito il cognato nell’acquisto di una casa a Montecarlo, tiene banco su tutti i media. Oscurando totalmente la condanna in appello per mafia del Senatore del PdL Dell’Utri, o il procedimento per camorra con richiesta di arresto al coordinatore regionale della Campania del PdL Cosentino, o le inchieste su pressioni per condizionare gli incarichi di magistrati da parte della cricca della cosiddetta P3 nel quale sarebbe coinvolto Dennis Verdini, coordinatore nazionale del PdL.

E allora, puntualizziamo l’ovvio: la storia dell’appartamento di Montecarlo non è bella, ma è al massimo una bagatella, imparagonabile per dimensione e gravità alle altre, specie a quella di Dennis Verdini e del Credito Cooperativo Fiorentino di cui Verdini è stato Presidente fino a un paio di settimane fa. Ora un’ispezione della Banca d’Italia – fonte un po’ più autorevole e meno sospettabile di parzialità del quotidiano di famiglia di Berlusconi – mostra per il coordinatore del PdL un conflitto di interessi per 60 milioni di euro, evidenziando “una forte concentrazione dell’erogato per settore economico e per singolo prenditore” ovvero fidi facili concessi a costruttori amici, che hanno notevolmente contribuito a rendere molto elevata “l’esposizione al rischio del credito” della banca, mettendo a repentaglio i depositi dei clienti ignari.

Elettori del PdL, ma voi comprereste un’auto usata da Dennis Verdini? E andreste a cena con Nicola Cosentino? Perché essere di destra non è assolutamente un peccato, anzi. Ma è difficile digerire un partito che caccia Fini mentre continua ad avere come coordinatore della Campania uno su cui pende una richiesta d’arresto e come coordinatore nazionale uno che gestisce una banca in modo così “disinvolto”. Uno a cui le procure hanno trovato 2,6 milioni di euro sui propri conti personali della cui provenienza Verdini non si è disturbato a fornire spiegazioni neppure minime: altro che i portaombrelli di Fini e Tulliani!

Ai moralizzatori pelosi del Giornale, ai garantisti a senso unico di Libero, ai milioni di brave persone che voterebbero ancora il PdL, perché sono conservatori o anche reazionari, una domanda: ma se Fini si deve dimettere che dovrebbe fare Verdini? La risposta potrebbe averla il grande giornalista Vittorio Feltri. Appena ottenuta la testa di Fini potrebbe lanciare un’altra petizione popolare, proponendo Verdini – che edita l’edizione toscana del suo Giornale – come nuovo presidente della Camera dei Deputati: l’uomo giusto al posto giusto, in quest’Italia da basso impero.

Pubblicato su Giornalettismo

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