Luca Ricolfi su La Stampa ha parlato dei veri nemici del federalismo, identificati in Fini-Casini-Rutelli-Lombardo, contrari per la difesa di miopi interessi “meridonalisti”. Federalismo invece fortemente voluto dalla Lega nord, le cui istanze autonomiste sono state rese compatibili grazie al PdL e – in questa occasione -persino al Pd.

Ricolfi ha ragione: il federalismo è un’occasione da cogliere e non un mostro da combattere. Ed ha effettivamente molti nemici. Meno male che ha anche tanti amici, in Parlamento. In tempi non sospetti la legge Calderoli fu approvata alla quasi unanimità del Parlamento. Era un buon compromesso, anche se somigliava curiosamente al ddl del Governo Prodi fatto naufragare dalla stessa Lega nord nel 2007.  Ma si trattava di una scatola vuota, da riempire con i decreti attuativi, sciogliendone i nodi, dall’“adeguata perequazione” alla definizione del “federalismo istituzionale”, ovvero le competenze, il chi fa cosa tra i diversi livelli di governo.

Nodi che però sono rimasti tutti lì. Dopo l’approvazione della Legge manifesto, tutto il complesso meccanismo si è inceppato e le varie commissioni tecniche e politiche che dovevano riempirlo di contenuti sono rimaste ferme. Di decreti attuativi, neppure l’ombra. Mentre il codice delle autonomie, la seconda gamba del federalismo che doveva ridisegnare l’assetto istituzionale dello Stato, dalle funzioni da svolgere dai diversi livelli  di governo alla dimensione ottimale degli stessi, è sparito nel nulla.

Finché poche settimane fa dal cappello a cilindro del Consiglio dei ministri sono spuntati dal nulla i primi decreti di attuazione. Una delusione se non proprio una presa in giro:  senza dati, senza scelte, un mecanismo di rinvii ad altri decreti ministeriali e l’incarico alla Sase di elaborare i fabbisogni standard.  Chicchiere, bandierine piantate nel mare del federalismo, carta che produce altra carta.

Ma durante il governo Berulusconi-Bossi-Tremonti i fatti ci sono stati, eccome: l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, balzello forse odioso ma anche molto federalista, il blocco dell’autonomia impositiva di Regioni e Comuni, la riesumazione di un Patto di stabilità “stupido”  con regioni ed enti locali, che con i suoi tagli lineari ha punito gli enti virtuosi e premiato gli scialaquatori. I provvedimenti “ad municipium” per il ripiano del bilancio dissestato a Roma, Catania e Palermo. Fino all’ultima manovra “prefettizia” di fine luglio, che ruba tutte le risorse del federalismo amministrativo ex Bassanini alle Regioni tra le grida di dolore di Formigoni ed Errani e il silenzio di Zaia e Cota.

Certo, ci sono state anche le richieste di traferire qualche ministero a Milano, istituire lezioni in dialetto e gli esami di lingua locale ai professori. Un bel federalismo folkloristico.  Che nasconde forse l’incapacità di realizzare un disegno tanto complesso, o che tradisce il fatto che il federalismo per la Lega nord sarà come il comunismo per il PCI, una bella utopia solo da sbandierare, perché la sua realizzazione segnerebbe la fine della ragione sociale della Lega nord. Intanto, tanto per accelerare l’attuazione del “loro” federalismo, Bossi e i suoi chiedono le elezioni.

Caro federalismo, dagli amici ti guardi iddio…

Pubblicato su Giornalettismo

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