I quattro punti che il premier sta facendo preparare per la partita a poker che si appresta a giocare con Fini vorrebbero essere il rilancio del programma di governo. Ma rischiano di apparire un bluff. Il primo, il fisco, è l’eterna promessa di Berlusconi. Mai mantenuta, neppure in tempi di vacche grasse: figuriamoci ora che il bilancio dello Stato viaggia sempre sull’orlo del precipizio, mentre persino conservatori incalliti come l’ex governatore della Fed Greenspan esortano a non tagliare le imposte per non mettere le finanze pubbliche sotto stress. E comunque, difficile mettere in difficoltà Fini su questo fronte. Direbbe sì, senza se e senza ma. La patata bollente ce l’avrebbe in mano Tremonti.

Il piano per il Sud arriva dopo due anni di scippi continui dei fondi per il mezzogiorno e dopo un anno di promesse mancate. Da quello che si è capito, sarà l’ennesimo gioco delle tre carte: riprogrammazioni di soldi stanziati ma non spesi, da concentrare i 4-5 grandi progetti anziché in quelli di piccola e media taglia. Melina pura, dato che tutti sanno che se è difficile spendere in fretta soldi per i progetti piccoli, è impossibile farlo per quelli faraonici. Ma anche qui, Fini non avrebbe problemi: i veri guai sarebbero per Scopelliti, Caldoro, Lombardo e Vendola. Perché ancora una volta, i fondi sarebbero scippati alle Regioni mettendoli sotto la responsabilità di Fitto o di Tremonti. Alla faccia del federalismo!

Già, il federalismo. Qui Fini potrebbe avere delle rogne, se non fosse che fino ad ora il federalismo è rimasto una dichiarazione d’intenti, leggi delega che sono scatole vuote e rimandano a decreti attuativi che, quando vengono emanati, sono a loro volta scatole vuote che rimandano ad altri decreti. Carta che produce altra carta, un federalismo virtuale di roboanti slogan e nessun nodo vero sciolto. Lo diciamo da tempo, ora se ne cominciano ad accorgere anche altri. E l’ostacolo sino ad ora non è stato mica Fini: la Lega che predica bene e razzola male, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, le resistenze di tutto il Pdl a sud di Bologna a partire dai governatori del Sud. Lo stesso Tremonti, che teme – giustamente – che la quadra si troverà aumentando l’autonomia fiscale a nord ma anche aumentando i trasferimenti perequativi a Sud, con un costo aggiuntivo del governo centrale di fatto insostenibile, specie in questi tempi. Pare di vederlo, Fini, sogghignare di fronte alle proposte di Berlusconi: se sono penalizzanti per il Sud, gli regaleranno valanghe di voti nel mezzogiorno. Se no, non faticherà ad accettarle: il problema sarà di Bossi, mica il suo.

Ed ecco che alla fine, l’unico vero nodo è – tanto per cambiare – la giustizia. Ma qui tutto dipende dai contenuti. Se si mette in piedi una vera riforma della giustizia, specie di quella civile, una riforma per la gente, difficile che Fini sia in difficoltà. Se invece si pensa solo alle leggi ad personam e alla difesa dell’impunibilità delle cricche, ad essere messo in difficoltà di fronte al Paese sarà più Berlusconi di Fini, che non farà altro che continuare il gioco – sin qui perfettamente riuscito – del cane da guardia della legalità.

Insomma, se queste sono le carte, il rilancio sarà un semplice bluff. Non servirà a mettere Fini nell’angolo, gli basterà andarle a vedere. Sì, ne vedremo delle belle.

Pubblicato su Giornalettismo

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