La lunga estate calda della politica in preda alla quasi crisi “virtuale” seguita alla frettolosa “espulsione” di Fini e dei suoi seguaci dal PdL sembra avere un solo vincitore annunciato: Umberto Bossi, a cui la guerra fratricida dei co-fondatori sembra aver consegnato le chiavi del governo, a braccetto con l’amico Tremonti. Come prima, più di prima.

Ma siamo sicuri che sia così? Le prospettive elettorali sembrano effettivamente incoraggianti, anche se è bene ricordare che capita a chi entra in conclave da Papa di uscire cardinale. Ma le prospettive politiche sono meno rosee di quanto non possano sembrare ora. Nell’immediato, la consistenza parlamentare di Fini dà al Presidente della Camera un potere d’interdizione che finora era esclusiva del “senatur”, e rischia quindi di “rubargli la scena”: già si parla di un patto di legislatura da siglare con Fini, e già Calderoli lo ha promosso “interlocutore”. Siano veri approcci di pace o solo schermaglie per infinocchiare Fini, ora è lui il “centro” della politica.

Ma c’è di più: Bossi due anni fa ha puntato tutto su Berlusconi per avere il suo “federalismo”. La Lega prealtro mostra di avere sul tema idee confuse, ma a Bossi serve come il pane incassare qualcosa di concreto in questa legislatura: non quei decreti attuativi che rimandano a nuovi decreti, carta che produce altra carta, ben difficile da spendere tra le genti padane. Ma cose vere: soldi, autonomia, qualcosa insomma.

Ma il sentiero ora è stretto. Se non si vota a breve, Fini può ergersi a difensore del sud o del centralismo governativo, trovando sponde sia tra i suoi ex compagni di partito sia oltre tevere e bloccargli la strada. Se invece si votasse presto, oltre a dover spiegare di essere rimasto con un po’ di mosche in mano, Umberto sa bene che è difficile con questa legge anche in caso di vittoria avere la maggioranza al Senato. E dopo una campagna elettorale durissima, sarà difficile ottenere dalle future minoranze di far passare il federalismo in salsa padana. E a quel punto al Senatur resterebbe solo tornare ad abbaiare alla luna di un’impossibile secessione. E perdere pezzi.

Complicato anche spiegare a quelli della bassa che ancora urlano “Roma ladrona” alle adunate sul Po di essersi legati mani e piedi con i difensori senza se e senza ma di Cosentino da Casal di Principe e di Verdini della cricca. Più complicato ora che gli scricchiolii di un movimento che cresce e cambia pelle, diviso tra le correnti varesotta, bergamasca, veneta e piemontese, si sentono anche a sud del Po. Per quanto si ammanti ancora di “nuovo” e continui a definirsi vicino al popolo e contro i palazzi, qualcuno potrebbe ricordarsi che Umberto sono 18 anni che promette; ma di fatti, finora, se ne son visti pochi. Prima o poi gli chiederanno il conto.

Pubblicato su Giornalettismo

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