E’ vero che, come ha evidenziato ieri Donato De Sena, il redde rationem nel Pdl infila Gianfranco Fini in un vicolo cieco e che per lui gli scenari futuri non promettano nulla di buono. Ma se Fini si prepara a piangere, non è che Berlusconi ha molto da stare allegro.

Si troverà a gestire una maggioranza indebolita, esposto ai ricatti dello stesso Fini e alle trappole dei suoi amici più fidati, Tremonti in testa. Con al suo fianco la spina Umberto Bossi, alleato tutt’altro che affidabile come il ’94 dovrebbe ricordare, che farà pesare la sua golden share sul governo molto più di adesso, a partire dal “suo” federalismo. Un Parlamento che assomiglia ad un Vietnam o più probabilmente ad una palude dove non si decide più nulla. Mentre la crisi economica, che non aiuta a guadagnare consensi, non è finita.

Berlusconi non dovrà preoccuparsi tanto del tema legalità – che a molti italiani non interessa, ma che alla lunga può comunque logorarlo – ma soprattutto della questione Sud. Perché rischia di trovarsi stretto tra l’abbraccio mortale del “fedele” alleato nel Nord e la concorrenza del binomio Casini-Fini, oltre che dell’astensionismo, che può eroderne il consenso al Sud. Perdendo voti sia qui che là, come è già accaduto in questi due anni, basta guardare i numeri elettorali.

Può anche darsi che vinca l’ennesima scommessa elettorale, vincendo le ormai non improbabili elezioni anticipate. Ma dopo il voto sarà ancora più debole politicamente. E avrà in ogni caso mandato definitivamente in soffitta quell’immagine di “statista” e “pacificatore” che aveva provato ad indossare dopo le ultime elezioni. Perdendo così la partita che davvero conta più di tutte, forse il vero motivo di questa guerra fratricida: il Quirinale.

Pubblicato su Giornalettismo

Annunci