Sarà il caldo, forse. O forse è qualcos’altro, quello strano malessere che ti prende quando dopo mesi frenetici, sempre di corsa, con il tempo che sembra non bastare mai si avvicina il “meritato” riposo delle vacanze. Malessere che diventa panico, la prospettiva di lunghe giornate semi oziose da trascorrere a “fare niente”. E allora pensi.

Una riflessione che è d’obbligo per una società che identifica, sovente, il tempo lento come tempo morto. Ma è davvero così? Se anche New York, la città che non dorme mai, la big apple che vive freneticamente sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ha deciso di rallentare e s’inventa più parchi, più piste ciclabili, più spazi per bambini ed anziani e anche semafori più lunghi, per prendersi una pausa, qualcosa vorrà pur dire.

Forse è una proposta snob, fatta da chi ha ormai alle spalle soldi, sicurezza, vede la vita che comincia a declinare verso la sera e vuole rallentare. Una società che invecchia e che comincia ad avere paura del tempo che corre troppo in fretta. Ma forse può essere un’altra cosa. Riprendersi il tempo, assaporarlo, smettere la quotidiana fatica di scansare macchine, giornali, problemi per arrivare in fretta alla fine del giorno può essere anche un nuovo inizio.

All’inizio di sicuro è dura: non siamo abituati ad assaporare lo scorrere del tempo e il “vuoto” che ci assale fa paura ed è meglio riempirlo della solita vita in fuga da se stessi. Poi ci si concede un’ora e poi un’altra. E si entra in un tempo senza tempo, in cui le cose si ampliano a dismisura. E la prospettiva cambia, o può cambiare. La lentezza potrebbe allora diventare una delle chiavi per far cambiar pelle alla nostra società e renderla più “sostenibile”. Soprattutto più “umana”. Un mondo dove stare sdraiati a guardare il paesaggio non è uno spreco di tempo, ma un riprendersi il tempo.

Non è un percorso facile, anzi. E non è neppure detto che tutto sia bello. Certe giornate assolate a non far niente possono essere difficili da sopportare. E le comodità della modernità piacciono a tutti. Ma anche lasciarsi scivolare addosso la vita a cento all’ora non sembra il massimo. E di sicuro la felicità non si costruisce lavorando 15 ore al giorno per avere un gran bel conto in banca con cui riempire gli armadi di cose spesso inutili, lasciandosi così sfuggire il sorriso di qualcuno che ti vuole bene o, più semplicemente, l’odore dell’erba dopo un’ora di pioggia in un pomeriggio caldo d’estate.

Forse ci possiamo provare. Magari ci accorgiamo che anziché affannarci tanto per raggiungere le meritate e sudate due settimane di vacanze, si può rallentare un po’ tutto l’anno e vivere bene, anzi meglio. Perché, come diceva Massimo Troisi, la scelta non necessariamente tra un giorno da leone o cent’anni da pecora. Si può provare a fare 50 anni da orsacchiotto. Magari ci piace.

Pubblicato su Giornalettismo

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