L’Italia è un paese straordinario. A Bruxelles per partecipare all’Ecofin, il ministro Giulio Tremonti tra un frizzo ed un lazzo ha detto che l’emendamento che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 per i contributi utili per la pensione introducendo una deroga non era un refuso, ma una precisa scelta. Smentendo così clamorosamente quanto si era precipitosamente affannato a dire il suo collega del Lavoro Maurizio Sacconi, di fronte alle grida di dolore che s’erano levate dai sindacati. Non un refuso, ma una furbata.

Poco importa se non è passato, ha detto il ministro: era solo un dettaglio, il tentativo di introdurre ulteriore rigore. A quasi tutti è sfuggito che con quell’emendamento alla manovra è stata varata la più importante riforma strutturale fatta in Europa, legando l’età pensionabile alle aspettative di vita. Il tutto nella pace sociale, senza un giorno di sciopero e non certo perché il sindacato, quello dei gridi di dolore sul refuso, non se n’é accorto. “Loro sanno fare il loro mestiere” ha detto Tremonti. In effetti Pier Paolo Baretta, capogruppo del Pd alla Commissione Bilancio di Montecitorio, l’aveva detto, già il 2 luglio. Attenzione, “la norma che a partire dal 2016 aggancia l’età del pensionamento alle aspettative di vita non prevede alcuna deroga. Quindi, dal 2016, i 40 anni di contributi non saranno più sufficienti per andare in pensione indipendentemente dall’età. I 40 anni sono già saltati. Altro che refuso!” Infatti: un’altra furbata.

Nessuno lo ha ascoltato. Né il leader del suo partito Bersani, né l’eroico Franceschini, né l’oppositore senza se e senza ma Di Pietro. Tutti in altro affaccendati. Per non parlare delle due scimmiette travestite da sindacalisti, Angeletti e Bonanni, in questo caso a braccetto con la scimmietta Epifani. Tutto sapevano e nulla hanno detto.  Tutti distratti? No, loro sanno fare il loro mestiere. Intendiamoci, nel merito può anche darsi che Tremonti abbia fatto bene. Più volte anche noi abbiamo sollecitato una riforma delle pensioni, anche se avevamo puntato il dito su alcune gestioni in squilibrio, non su norme erga omnes. Ma il punto è un altro.

Le riforme strutturali si fanno alla luce del sole. Magari anche rapidamente, ma con una legge organica, una discussione trasparente che coinvolga il Paese o almeno i diretti interessati. Non si fanno di nascosto, nel sottoscala delle istituzioni, per mano di un senatore prestanome con un emendamento – senza refusi – ad un decreto legge del Governo. Qui invece c’è un ministro che sembra un monello che sa di averla fatta franca e fa lo sbruffone. Ci sono sindacati che recitano la difesa dei diritti dei pensionati mentre fanno da palo al Governo. Qui c’è lo specchio di questa nostra Italia: uno straordinario Paese che va avanti tra una furbata e l’altra, tra una “distrazione” e l’altra. In cammino, senza meta, a metà strada tra la farsa e la tragedia.

Pubblicato su Giornalettismo

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