L’amaro epilogo di un giallo già scritto, il finale scontato di un film già visto. Questo il primo pensiero guardando l’incredibile scena dei terremotati de L’Aquila, con il loro Sindaco Massimo Cialente in testa, presi a botte in una torrida giornata di luglio dalla polizia nel centro di Roma. Per impedirgli di esprimere la loro rabbia davanti alle sedi istituzionali per lo stato di abbandono in cui si trovano, dopo che si sono spente le luci del palcoscenico e sulla ricostruzione dell’Aquila è scesa la notte.

Com’è amaro scriverlo: l’avevamo detto appena poche ore dopo il drammatico terremoto d’Abruzzo, mentre gli imprenditori della cricca gioivano nei loro letti. Poi quando uscì il decreto abracadabra, abbiamo avvisato che in Abruzzo stava andando in onda un grande inganno. Si trasmetteva il miracolo di Berlusconi e Bertolaso, la ricostruzione più veloce mai fatta al mondo, mentre si trattava solo di uno show mediatico, che nascondeva l’emergenza più costosa e più lunga di un evento sismico che si ricordi in Italia.

Ma come in uno studio televisivo, smontate le scenografie spuntava solo quell’erba che cresceva sulle macerie di uno dei centro storici più preziosi d’Europa. L’abbiamo scritto molti mesi fa: L’Aquila è stata uccisa, sepolta sotto le sue macerie. La ricostruzione è un irresistibile disastro, non è mai cominciata, perché non ci sono i soldi.

L’omicidio de L’Aquila ha due responsabili, ma anche molti complici. E’ complice un’opposizione che per troppo tempo ha fatto finta di credere alle promesse del grande incantatore ed è stata zitta di fronte ad un’evidenza sempre più palese. Ed è colpevole soprattutto la stampa, la libera stampa, il cane da guardia della democrazia.  Che  piange  e protesta per il bavaglio del ddl intercettazioni, ma che per mesi ha fatto da cassa di risonanza delle veline governative senza  neppure provare a leggere un dato o fare uno straccio d’inchiesta. Come uno scondizolini qualsiasi, l’Augusto direttore del Tg1 che pure ieri è riuscito, senza la minima vergogna, a far passare le contestazioni al premier e le accuse al governo come un attacco a Bersani.

L’Aquila oggi è una città disperata, un guscio vuoto con tanti prefabbricati “provvisori” intorno chiamati C.A.S.E. ma che non sono case. Una città fantasma dove sotto l’emergenza c’è il nulla, un palcoscenico dimenticato che non si rassegna all’abbandono dello Stato e urla, finalmente, la sua protesta. Guardando questa gente presa a botte dallo Stato, in questa torrida notte italiana, l’amarezza sconfina in rabbia. Se e quando il terremoto berlusconiano sarà passato, sulle macerie di quest’Italia assassinata da sciacalli e iene, ci sarà davvero molto, ma molto da ricostruire. Speriamo di farcela.

Pubblicato su Giornalettismo

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