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Adesso di anni ne sono passati 5. Il tempo vola. Sono 1.825 giorni. 43 mila ore che non ti vedo, non sento la tua voce. 2,6 milioni di minuti, 157,7 milioni di secondi che ti penso e che mi manchi. No, amore mio, stai tranquillo: neppure stavolta parlerò a chi passa da queste parti per caso dell’assurdo senso di vuoto che provo ad ogni passo di questo arrampicarsi nei piccoli dispiaceri e nelle piccole gioie quotidiane dell’esistenza. So bene che non interessa a nessuno. Mi basta ricordare anche quest’anno che tu  sei il mio pensiero felice. Ieri, oggi, domani, sempre. Lo so che nessuno può capirlo. Neppure chi dice di farlo. Eppure, ogni volta che la stanchezza prende il sopravvento, ogni volta che la vita con le sue pieghe dolorose  noiose e a volte allegre mi chiama, continuo a sentire la tua voce che canta nel vento,  rivedo i tuoi disegni colorati  affastellati sul tavolino. Non posso nascondertelo: quando ripenso al tuo sorriso di bimbo rapito troppo presto dal vento piango. Ma quando il dolore mi prende allae spalle mentre faccio finta di preoccuparmi del tempo che vola via e la voglia di urlare si fa più forte, rivedo te. I tuoi occhi muti di rimprovero. E il pianto diventa riso e la tua assenza che pesa sul cuore come una montagna diventa leggera come la piuma di un uccellino uscito dalla gabbia. Tu, piccolo usignolo che non smette di cantare neppure ora, che da un tempo che comincia a sembrare infinito è scesa sul mio cuore la notte più nera. Sorrido, con il tuo stesso sguardo. Perché da te – proprio da te – ho imparato che dopo la notte arriva il giorno. E così, anche se so che non c’è niente da capire, anche se mi è chiaro che questa vita non ha un senso e che viviamo in un mondo senza memoria e senza amore, anche qui, in qualche modo, riescono ad arrivare gli angeli. Anche adesso che l’estate non sembra più estate, sono qui. Camminano accanto a noi, tra me e te separati per sempre da un velo opaco che gli altri non possono e non vogliono vedere. Accanto a me – lo so che lo sai – c’é  un Angelo che sorride inconsapevole ai miei sguardi gonfi d’amore. Anche lui cammina accanto a noi, e presto gli parlerò di quelle foto, di un piccolo bambino che era un grande uomo. Caro amore mio, mentre la mia sera s’avvicina sempre più in fretta, io  continuo a camminare, con tanta stanchezza nel cuore ma con la voglia – ancora per un po’ – di cantare. Perché so che mi ascolti. E anche se il tuo canto talvolta mi fa male io riesco ancora a sentirti, anche da qui.

Ciao, figlio mio. Se vuoi, quando vuoi, come vuoi, io sono qui.

Con infinito amore, papà.

 

“Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha”

(Vasco Rossi)

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