Ci siamo: habemus manovra. In un momento drammatico per l’euro, per l’Europa, mentre in tutto il mondo il macigno dei debiti sovrani sconvolge le borse e preoccupa i governi, anche l’Italia che meglio di tutti avrebbe – secondo il governo – previsto, affrontato e superato la crisi paga dazio. Non è il momento di fare i distinguo e i bastian contrari: quando la casa brucia, ed è la nostra casa, si deve pensare solo al bene del Paese, anche se chi ora chiede questo sforzo si è ben guardato di farlo, vedi manovra 1997 per l’entrata nell’Euro e quella 2007 per il risanamento di conti. Quindi siamo tutti per il rigore, per spegnere l’incendio, lasciando da parte rancori e recriminazioni.

Però, qualcosa la si può dire. La prima: non cadiamo nell’errore – che alcuni stanno facendo – di scegliere tra un Berlusconi “poliziotto buono” che non vuole  gravare troppo sui cittadini e un Tremonti “poliziotto cattivo” che ha vestito – meglio tardi che mai – i panni del rigorista. Lo sfacelo dei conti pubblici italiani era già scritto nel primo Dpef di questo governo e nei successivi documenti di finanza pubblica, fino all’ultima Ruef di aprile 2010. Lo abbiamo sottolineato decine di volte. Era chiaro sin d’allora che sarebbero serviti tra 2010 e 2012 20-30 miliardi di euro.

La scusa della Grecia o dell’Europa è una presa per i fondelli: la colpa dello sfascio dei conti pubblici è di Berlusconi, e Tremonti, del loro governo che ha lasciato aumentare la spesa corrente, nonostante il calo dei tassi d’interesse, che non ha varato una sola riforma strutturale, che non ha inciso nei meccanismi di spreco se non con le dichiarazioni roboanti. Un esempio: la famosa riforma Brunetta, che – così era scritto nel primo Dpef – avrebbe garantito in tempi brevi un risparmio di 20 miliardi di euro, dov’è finita? Dire la verità contribuirebbe a farci accettare più serenamente una manovra che, se condivisibile nei saldi e nella tempistica, è molto meno digeribile nel merito.

E già. Perché nel merito, anche se tutti vogliamo spegnere l’incendio, non è che le misure siano convincenti, sia per il rigore che per  l’equità. Intanto, il conto verrà fatto pagare in buona parte al pubblico impiego e alle pensioni. Sarà anche giusto, ma perché solo loro? Perché non varare anche una tassa straordinaria sui patrimoni, o almeno un “una tantum” sui ricchi, quelli con i mega Suv e le auto sportive, quelli con le navi da diporto, quelli con un sacco di immobili sparpagliati per l’Italia, che magari dichiarano redditi uguali a quelli di un impiegato statale che si vedrà bloccato lo stipendio per anni?

E poi a scorrere queste famose misure di “taglio”, si scopre che in molti casi esse sono non solo una tantum, ma soprattutto semplici rinvii di spese. Il parziale blocco delle finestre pensionistiche rallenta gli esborsi di cassa per un po’, ma poi quegli esborsi tornano a gravare sugli esercizi futuri, a meno di non pensare di bloccare le finestre ad libitum. E il congelamento degli stipendi del pubblico impiego reggerà – forse – 3 anni. E poi? Senza contare gli effetti recessivi che questo avrà sui consumi delle famiglie italiane, già fiaccate da anni di erosione del reddito disponibile.

Sui tagli “percentuali” alla spesa dei ministeri si potrebbe essere d’accordo. Ma quante probabilità ci sono che saranno tagliate le spese improduttive, quelle che reggono caste e cricche, e quante invece che si riducano o eliminino del tutto servizi essenziali, a proposito di mettere le mani in tasca ai cittadini? I trasferimenti agli enti locali e alle regioni valgono quasi metà di questa manovra, mica poco: sicuri che così non si mettono (indirettamente) le mani in tasca ai cittadini? E poi,  non avevamo capito che il federalismo per la Lega Nord significasse strangolare  Regioni e amministrazioni locali che già sono senza soldi, oltretutto con la solita logica dei tetti sulla “spesa pregressa” che penalizzano chi ha razionalizzato prima e premiano chi ha sperperato finora.

E ancora, le entrate da condono – oltre ad essere l’ennesimo vergognoso regalo agli evasori, proprio mentre si bastonano poveri cristi come bidelli o travet – sono per loro natura una tantum. E sull’effettivo realizzarsi di  quella consistente previsione di entrata c’è da dubitare, come l’esperienza insegna. E che dire infine della “severa” lotta all’evasione fiscale, basata sulla reintroduzione della tracciabilità dei pagamenti, l’odiosa regola introdotta da quei sanguisughe di Padoa Schioppa e Visco e smantellata dal “rigorista di ritorno” Tremonti come primo atto del suo ministero: ora va bene, e allora no?

Si potrebbe proseguire, ma basta così. In nome del bene di un Paese che amiamo, siamo comunque dalla parte di chi varerà la manovra che salva l’Italia, mettendoci la faccia senza bugie. Se fossimo parlamentari la voteremmo subito:  ad occhi chiusi, turandoci il naso. Purché sia aggiunto un articolo finale: un minuto dopo l’approvazione, i responsabili vengano cacciati dal governo a calci nel culo. E gli venga impedito, per decreto ‘ad personam’ di far danni ulteriori a questo povero Paese.

Pubblicato su Giornalettismo

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