Comincia la danza del federalismo fiscale. E comincia, ovviamente, in modo improprio, dato che la legge delega in questo caso non c’entra nulla, quello a cui assistiamo è l’applicazione del Patto per la salute. Ma il federalismo c’entra, eccome.  Soprattutto perché si parla di un tema che tocca da vicino il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione: il diritto alla Salute. Campania, Lazio, Calabria, e Molise, 4 regioni tutte del centro destra, sono state convocate a partecipare al Consiglio dei ministri per fare il punto della situazione sui piani di rientro dal deficit sanitario. E il risultato è che il governo non sbloccherà i fondi Fas destinati a queste Regioni senza che queste abbiano un piano adeguato di rientro dal debito sanitario. “L’ipotesi ormai reale – ha detto Scopelliti, presidente della Calabria – è che bisogna anche innalzare ulteriormente Irap e Irpef”.

Dell’amaro risveglio degli elettori di centrodestra di queste regioni, che avevano sentito i loro candidati – poi eletti – favoleggiare sulle maggiori possibilità per loro di spuntare qualche favore in più, se non veri e propri “aiutini” dal governo di Roma, ha già scritto qui Pietro Salvato. Ora interessa riflettere sulla piega che rischia di prendere il federalismo. Nella “vulgata” leghista,  che soffia anche sul fuoco di una crisi che morde pesantemente anche le regioni più ricche, sintetizzata ieri da Luca Zaia, presidente del Veneto, il federalismo a somma zero – cioè senza costi aggiuntivi – significa che il Nord “deve” pagare meno tasse e il Sud si deve arrangiare, magari aumentandole. Un’operazione di redistribuzione dei proventi fiscali dal sud verso il nord.

Eppure, se si legge lo spirito della legge delega – e l’interpretazione che ne ha dato a suo tempo il “padre” della riforma, Roberto Calderoli – il federalismo è un’ altra cosa: un processo che mantiene un quadro unitario di prestazioni essenziali per tutti i cittadini da nord a sud, attraverso una “virtuosa” perequazione delle diverse capacità fiscali (che a nord sono maggiori che a sud, come sanno tutti) in cambio di una rigida aderenza al principio del fabbisogno-standard, ovvero al principio che una prestazione offerta a Napoli deve costare come a Milano o a Bologna, ovviamente la netto di determinati fattori “tecnici”.

La “brutale” restituzione delle tasse al nord è un’operazione iniqua tecnicamente e inapplicabile politicamente. E’ triste puntualizzare l’ovvio: le tasse le pagano i cittadini, non i territori. Un principio basilare del federalismo fiscale è proprio quello dell’ “equità orizzontale”, l’uguale trattamento per gli uguali: a parità di reddito e quindi di tasse pagate, un cittadino deve ricevere servizi identici, che risieda a Torino o a Bari. A questo serve la perequazione. Che ovviamente, come la Legge Calderoli prevede, non includerà sprechi e inefficienze: lo garantisce il principio del costo standard.

Questa, se il governo davvero manterrà la faccia feroce, è la trappola del federalismo in salsa padana: un cittadino di Avellino, magari pure elettore da sempre del centro destra, si troverà inopinatamente a pagare molto di più di un cittadino di Bologna di uguale reddito per ottenere la stessa prestazione sanitaria: anzi, probabilmente pure peggiore. Certo, il criterio del rimborso a pié di lista va abbandonato e su questo Zaia ha ragione. Ma il problema da risolvere è proprio questo: come evitare di premiare il “moral hazard” di classi dirigenti inefficienti e sprecone salvaguardando al tempo stesso il diritto al rispetto dell’equità orizzontale per tutti i cittadini?

Il rimedio c’è, anzi c’era già: la definizione dei costi standard in Sanità. Un meccanismo che si era messo in moto da tempo, prima del federalismo, e che prevedeva un meccanismo graduale di “rientro” delle regioni non virtuose. E che la legge delega ha fatto proprio, agganciandolo alla perequazione per le regioni meno ricche. Le scorciatoie non servono: perché il federalismo se sarà, non sarà facendo pagare più tasse ai territori poveri e “restituendo” ai territori ricchi risorse fiscali, da spendere magari per aumentare spesa pubblica e sprechi nel nord padano. Ma prevedendo un meccanismo che salvaguardi i diritti di cittadinanza di tutti gli italiani, favorendo sì l’accountability delle classi dirigenti, ma dal versante della spesa. Altrimenti è solo una rapina per i poveri, un Robin Hood al contrario.

Pubblicato su Giornalettismo

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