A Palermo c’è una grande magnolia. Si trova sulla destra, all’inizio di via Notarbartolo, una via molto trafficata. Non è una magnolia qualunque: è l’albero di Falcone, piantato di fronte alla casa del giudice assassinato dalla Mafia il 23 maggio del 1992. Quell’albero è diventato il simbolo della lotta alla mafia. Lì, nel corso degli anni, cittadini e studenti hanno lasciato centinaia di messaggi, disegni, lettere. Lì sono state lasciate anche le foto del magistrato ucciso da Cosa Nostra e del suo agente di scorta Rocco Di Cillo. C’era anche un lenzuolo bianco con scritto “le vostre idee camminano sulle nostre gambe”. Ma tutto questo non c’è più. Secondo gli investigatori, il furto è avvenuto sabato in pieno giorno. Nessuno, però, fino a ieri mattina ha segnalato il fatto alla polizia. Ad accorgersi che foto e disegni erano stati portati via è stato il portiere del palazzo che abita nello stesso stabile. “Un albero che in questi diciotto anni è diventato il simbolo della rinascita della società palermitana e dell’impegno per la legalità”, spiega Maria Falcone, sorella del magistrato, che sottolinea: “le forze dell’ordine stanno ancora accertando se il gesto compiuto sia solo un volgare atto vandalico o un preciso avvertimento di stampo mafioso”. Come nota Francesco La Licata su La Stampa, “una bravata di piccoli vandali sarebbe anche più sconfortante, perché testimonierebbe una pericolosa perdita di valori anche in ambienti non necessariamente condizionati dalla mafia”.

Chissà se sfogliando la rassegna stampa di stamani Silvio Berlusconi avrà letto la notizia. E chissà se ripenserà alle sue dichiarazioni di una settimana fa, quando aveva accusato i film come “La Piovra” o i libri come “Gomorra” di essere “supporto promozionale alle cosche“. Certo penserà che tra le due notizie non c’è nessuna connessione, e che queste cose non vanno strumentalizzate. E con tutto quello che ha da fare, difficilmente ricorderà la vicenda del sindaco di Ponteranica, cittadina a 4 km da Bergamo, il leghista Cristiano Aldeganidi, che qualche mese fa fece rimuovere la targa che dedicava la biblioteca comunale a Peppino Impastato, il giovane ucciso dalla Mafia, dicendo che voleva valorizzare le “identità locali”. E non ricorderà che pochi giorni dopo – ma anche tra queste due cose non c’era alcuna connessione, naturalmente – un ignoto idiota si era divertito a tagliare l’ulivo antimafia, piantato sempre nel comune bergamasco.

Certo, le reazioni ci sono state. Il presidente del Senato Renato Schifani ha dichiarato: “Si tratta di un atto vandalico che offende la città”. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha detto che “la rimozione delle immagini e delle lettere dedicate a Giovanni Falcone dall’albero che è diventato il simbolo della lotta alla mafia e dell’impegno della società palermitana a favore della legalità è un atto gravissimo”.  Il Mattino ricorda che stamani i ministri Alfano e Maroni presideono un vertice interforze a Caserta, a pochi chilometri da quella Casal di Principe dove si è appena votato e già la magistratura indaga per sospetti inquinamenti mafiosi del voto.  Durante il governo Berlusconi le operazioni di polizia contro le mafie non sono mancate, ma esse vanno sostenute ed incoraggiate. La polizia, i giudici, il governo non devono sentirsi soli. Forse Silvio Berlusconi, se ci pensa bene, potrebbe aderire all’invito del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: “Ci aspettiamo la reazione di Palermo e dei palermitani per ricostruire quello che è stato distrutto”. E nel nostro piccolo, proponiamo, assieme a Maria Falcone, “di riempire di messaggi, di foto e di disegni quella magnolia” violata in Via Notarbartolo a Palermo. 10, 100, 1000 messaggi, articoli, libri, film. Perché di mafia bisogna parlare. Raccontare, e denunciare, con buona pace del nostro presidente del Consiglio. Perché, come dice quel lenzuolo finito chissà dove, ““le vostre idee camminano sulle nostre gambe”. E viaggiano anche con le parole di chi denuncia le mafie. Ogni giorno.

Pubblicato su Giornalettismo

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