Primo Levi, l’11 aprile di 23 anni fa, terminò il suo cammino cadendo delle scale della sua casa a Torino dando adito al sospetto, mai confermato, che si trattasse di un suicidio. Primo Levi, che ha fatto capire meglio di tutti gli altri l’essenza della Shoah, del nazismo, della persecuzione e dello sterminio degli ebrei: la banalità del male. Che non si presenta, come troppo spesso siamo indotti a credere, in modo drammatico e spettacolare, facilmente riconoscibile. E quindi esorcizzabile, scacciabile, battibile. No: spesso assume la forma dimessa di facce “normali”, persone “normali”, che con sommessa normalità producono “normale” orrore.

Primo Levi ha scritto parole famose, che sanguinano storia. Parole come pietre, indimenticabili, eppure troppo spesso dimenticate. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane,  che muore per un si o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.”

Ecco, queste parole di sono importanti anche per noi oggi. Non solo per la “retorica” della memoria. No: Levi ci parla soprattutto della condizione umana, dei suoi limiti e delle sue risorse. La capacità dell’uomo di pensare al bene e la sua fragilità nell’abbandonarsi – quasi inconsapevolmente – alla suggestione del male. Levi parla con voce sommessa, perché non c’è bisogno di urlare per farsi ascoltare quando si racconta l’orrore nudo e crudo, autentico, quando si osserva con lucidità lo smarrimento che ognuno di noi può provare di fronte ad un male tanto banale quanto assoluto.

Non ci sarebbe dovuto essere bisogno di ripeterle. Ma certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo. La bestia umana ha colpito molte altre volte da allora, nonostante quelle parole: in Africa, in Asia, anche di fronte a quel nostro mare dove si passano le vacanze. Ma la bestia umana colpisce a volte in forma ancora più subdola, in mezzo a noi, in piccoli gesti quotidiani che ci fanno dimenticare che dietro gli stupidi stereotipi ci sono, semplicemente, uomini e donne. Altri, proprio come noi. Le parole di primo levi possono servire, e molto, anche oggi.

In questi tempi confusi, in Italia come in Europa e nel mondo, anche nel nostro annaspare alla cieca nella fatica quotidiana del vivere, occorre ricordare “che questo è stato”. Che è successo proprio qui, proprio a noi. Perché molti che potevano hanno voltato la testa senza fermare in tempo la macchina dell’orrore: per stupido calcolo, per superficiale disattenzione, per cinico gioco di potere o di denaro. Ci sono molti temi su cui invece è necessaria attenzione: una crisi economica globale ancora di là dall’essere superata, tensioni negli scenari mondiali che chiamano in causa il controllo di risorse strategiche come l’energia, l’acqua. Lo spettro di cambiamenti climatici e i loro impatti sulla vita di ognuno di noi.

E, nel nostro piccolo, dietro le beghe quotidiane di una politica sempre più lontana dai problemi veri della vita delle persone, ci sono tensioni che ribollono, tra pezzi di Paese: nord contro sud, dipendenti contro autonomi, privato contro pubblico. Mille piccole guerre apparentemente banali e senza importanza, che possono dar vita, in una società frantumata che ha smarrito il senso comune dello stare insieme, a pericolose scorciatoie dalle conseguenze non sempre prevedibili. La seduzione del male, nascosta dietro la banalità di parole, omissioni, sottovalutazioni, piccoli egoismi miopi, è sempre lì. Primo Levi ci ha avvertito. La sua voce risuona sommessa eppure fortissima. Non dimentichiamoci di ascoltarla, perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”

Pubblicato su Giornalettismo

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