Nella centrale Enel a carbone di Torrevaldaliga Nord, vicino a Civitavecchia, è morto un uomo. Sì, d’accordo, è Pasqua. In un giorno di festa, perché parlare di morte? Tanti sono pure partiti o stanno partendo per qualche giorno di meritato riposo e hanno altro a cui pensare. Sono partiti tanti, ma meno del solito perché, anche se molti non lo dicono, in Italia c’è una profonda crisi economica e la gente perde il lavoro. Molti giovani lo hanno già perso, dicono i dati Istat, e l’occupazione dei “vecchi” tiene solo grazie alla Cassa integrazione, che anche a marzo ha segnato l’ennesimo record.

Il lavoro, già. Non se ne parla proprio. Non se ne trova traccia neppure nello scoppiettante dibattito sulle riforme che verranno. Strano, perché l’Italia è addirittura “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, come dice la nostra Costituzione, anche se c’è chi ha detto che è roba vecchia, che è ora di cambiarla. Forse per questo che il lavoro è considerato una questione marginale: viene dopo lo stop alle intercettazioni, il presidenzialismo, il federalismo. Eppure, di lavoro si vive: anche in questo giorno di Pasqua, sono molti che lottano, perché il lavoro rischiano di perderlo. Il lavoro è argomento di cui pochi – tra cui, fortunatamente, il presidente della Repubblica – sembrano ricordarsi. La parola sicurezza, per dire: viene associata spesso all’immigrazione, di rado agli incidenti stradali. Ma quasi mai al lavoro.

Eppure di lavoro in Italia si muore: moltissimo, siamo i primi in Europa. Si muore anche a Pasqua, festa della resurrezione del salvatore per chi crede e festa del ritorno della primavera per tutti. E’ successo a Sergio Capitani, 34 anni, un operaio che lavorava in quella centrale Enel: una condotta a pressione con acqua e ammoniaca ha ceduto, un getto violento ha investito 4 operai. Tre sono rimasti intossicati e Sergio, colpito da una delle valvole, ha sbattuto contro un palo ed è morto. E’ il terzo in quella centrale, dopo Michele Cozzolino, 35 anni colpito nel 2007 da un tubo caduto da circa 40 metri e a Ivan Ciffory, 24enne, caduto nel 2008 da uno dei nastri trasportatori del carbone, un volo di 20 metri. E nel 2009, altri due incidenti di uno gravissimo, che solo per caso sono finiti “solo” con gravi ferite.

Forse quella che ha coinvolto Sergio Capitani è stata una tragica fatalità o forse c’è dell’altro. Di sicuro c’è l’indifferenza di chi è convinto che queste cose accadano sempre agli “altri”, mentre spesso “gli altri siamo noi”. C’è un Paese distratto da effetti speciali e da emergenze vere e finte, che non ha voglia di occuparsi di questioni banali, come prevenzione e sicurezza sul lavoro. Un Paese in cui è già tanto avercelo, un lavoro, e pazienza se ti si chiede sempre di più, e per risparmiare sui costi o per fare le cose più in fretta perché ti pagano a cottimo te ne infischi se rischi e poi si vedrà. Un Paese in cui i sindacati piangono lacrime di coccodrillo sempre dopo, al governo interessa altro, e l’opposizione è troppo impegnata a guardarsi l’ombelico. E poi che diamine, è Pasqua, è festa. Perché parlare di queste cose?

Intanto, Sergio è morto. Come mille e più altri ogni anno, 3 al giorno in media, più che in qualsiasi parte d’Europa. Senza che a nessuno venga in mente almeno di provare a fermare questa mattanza. Sergio è morto, com’è morto sempre ieri a Rovereto un meccanico schiacciato da un camion. E com’è morto sulla croce un uomo che molti pensano figlio di Dio, duemila e passa anni fa. Chissà se qualcuno che festeggia questa Pasqua ricorda che quell’uomo, di nome Gesù, aveva 33 anni. E di mestiere faceva il falegname.

L’articolo è stato pubblicato su Giornalettismo

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