In una giornata convulsa sul fronte politico-giudiziario, sospesa tra la sentenza della Cassazione sul caso Mills-Berlusconi e gli sviluppi delle vicende giudiziarie dello scandalo Protezione civile e dell’affaire Fastweb-Telecom Sparkle, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola nel corso del forum economico del Mediterraneo ha detto che “ogni iniziativa giudiziaria che vuole portare legalità è ben accolta. Ovviamente ogni iniziativa giudiziaria ha dei contraccolpi: serve una moralità più forte, ma c’è bisogno di non destabilizzare il sistema”.

Una dichiarazione da democristiano, quale Scajola è stato nella sua vita precedente. Sembra di sentire il giovane Ugo Intini, allora portavoce di Bettino Craxi, ai tempi di tangentopoli. O quel tale che raccontava di sua moglie “un po’incinta”, o quella madre che ai figli che giocano mentre papà riposa raccomanda di “urlare in silenzio”. Ma battute a parte, viene riproposta una questione non nuova nel dibattito politico: l’opportunità delle indagini giudiziarie, quando queste toccano interessi economici rilevanti o il livello politico, e i loro effetti “destabilizzanti”.

Una cosa dovrebbe essere chiara a tutti, anche al ministro Scajola: non si può essere “moderatamente” contro la corruzione. Quindi se il “sistema” si basa sulla corruzione, sull’illegalità, sul malaffare è bene che il sistema crolli. Non per giocare al tanto peggio tanto meglio e neppure per fare le “anime belle”: la corruzione esiste, è sempre esistita e probabilmente esisterà sempre. E non solo in Italia. Ma il problema è che “tollerarla”, anziché combatterla con ogni mezzo, fa male al Paese. Perché rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico italiano. Pensare diversamente è ragionare come coloro che tempo fa in Sicilia accusavano le indagini anti mafia verso le aziende degli amici degli amici di “distruggere i posti di lavoro”, e non invece il tentativo – purtroppo in gran parte fallito – di liberare l’isola dal suo vero nemico.

Tutti dovremmo sapere oramai, anche il ministro Scajola, che la corruzione è il cancro che distrugge il sistema economico, non un aiuto alla sua prosperità. E che per sconfiggerla serve una terapia d’urto che colpirà in profondità il “sistema”. Non un placebo sotto forma di una leggina da quattro soldi o un pallitivo di qualche indagine ogni tanto, purché non troppo “destabilizzante”. All’Italia serve l’esatto opposto: uno sforzo convinto, senza se e senza ma, per sconfiggere il sistema gelatinoso dell’ordinaria corruzione. E nessuno può chiamarsi fuori o fare speciosi distinguo. Tutti coinvolti: attori economici, società, media, maggioranza e opposizione. Perché le colpe non sono uguali per tutti, ma nessuno è senza peccato.

Se non si vuole che anche stavolta tutto finisca solo con qualche capro espiatorio regalato all’opinione pubblica, se non si desidera che “tutto cambi perché tutto resti come prima” stavolta bisogna andare in fondo. Frenare le indagini in nome della “tenuta del sistema” ci riporterebbe al punto di partenza. Nell’irrisolta contraddizione di un Paese che nei miasmi di un sistema corrotto, che danneggia la competitività oltre che la sua tenuta morale e politica, finisce per crogiolarsi. Nell’illusione di essere così vincente, perché più furbo degli altri. Mentre è, semplicemente, il più cretino. E perdente.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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