Non si sa se ridere o piangere leggendo del disegno di legge anti-corruzione scritto in fretta e in furia dal governo e subito messo in stand-by o, come ha detto il ministro La Russa, “sostanzialmente approvato, ma non licenziato” dal Consiglio dei ministri. C’è un raro sprezzo del ridicolo nell’improvvisa svolta “dipietrista” di un gruppo che da anni è il “nemico numero uno” di intercettazioni, indagini, processi ai politici. Un gruppo che reclama a gran voce il primato della politica, di eletti dal popolo o unti dal signore non giudicabili da magistrati “pubblici dipendenti”.

Fanno ridere questi profeti del “governo del fare”, nemici dei lacci e lacciuoli posti da inutili orpelli quali leggi, procedure, stato di diritto, regole democratiche, gioco dei pesi e contrappesi tra i diversi poteri, che hanno infarcito parlamento ed enti locali di “birbantelli” scoprire improvvisamente che “rubare è un peccato”. Un riso che si fa serio quando si scopre che quest’improvvisa svolta di legalità non si scorda, districandosi tra i cavilli dei commi, di salvaguardare comunque tutti gli scudi giudiziari ai processi per corruzione pendenti sulla testa del premier messi in cantiere in questi mesi. Perché anche la corruzione, come la legge, non è uguale per tutti.

Il riso diventa ben presto pianto. Perché quest’ennesima svolta a 360 gradi segnala comunque il tragico destino di una classe dirigente  “innamorata” dell’emergenza, dello “straordinario”, incapace di “governare”. Che agisce a colpi di decreto, pur avendo una maggioranza solida di fedeli “nominati”, emanando norme che vengono poi sostituite in poche ore da altri decreti legge. Che bypassa amministrazioni, ministeri, partiti e politici a colpi di ordinanze e poteri commissariali con un’unica ansia: quella di “fare” qualcosa senza mai riflettere se quel qualcosa sia giusto e quali conseguenze abbia. E senza comunque mai trascurare tra le righe il proprio “particulare” e il “sacrosanto business”.

Una classe dirigente – quella berlusconiana, certo, ma purtroppo non solo – che chiude il traffico la domenica nelle città soffocate da troppo smog, senza mai discutere di una vera politica dei trasporti. Che tampona annaspando la falla della crisi economica senza mai riflettere sullo sviluppo economico futuro e disegnare le strategie per realizzarlo. Che preferisce gestire “brillantemente” le innumerevoli emergenze frane anziché realizzare una politica di tutela del territorio e di lotta al dissesto idrogeologico. Che vara il piano case in deroga alle regole urbanistiche sorprendendosi improvvisamente per il territorio sconvolto dalla speculazione edilizia. Che a L’Aquila consegna in fretta i prefabbricati ma non pensa neppure a come e quando ricostruire la città. Che confonde l’urgenza con l’emergenza e non si cura dell’ordinaria amministrazione. Che dichiara di voler aumentare le pene ai corrotti e al tempo stesso vuole impedire le intercettazioni che sono uno dei più efficaci strumenti di indagine anti-corrotti e far approvare il “processo breve” che quei reati rende di fatto non perseguibili.

Fa piangere questo paese – che ha delle colpe, se continua a preferire i demiurghi, i pifferai e gli incantatori “del fare” a degli ordinari “governanti”, forse più mediocri ma certo più efficaci  – senza una classe dirigente capace di “pensieri lunghi”, indispensabili  per affrontare un futuro incerto. Un Paese che, anche per colpa di un’opposizione maldestra e priva di idee, si perde ancora dietro a questo branco di buoni a nulla, capaci di tutto. La gelatina avanza, e non basterà un colpo di teatro per salvare l’Italia.

Buon tutto!

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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