Il caffè è un piacere, si nun è bbono che piacere è?”. Un efficace slogan pubblicitario, ma anche una grande verità: niente è meglio di una tazzina del liquido nero. L’espresso al bar, poi, è una delizia. Per il quale vale la pena, come diceva un’altra pubblicità, “fare due passi in più”.

Adesso poi se ne fa un grande uso anche in paradiso, purché sia, naturalmente, “qualità rossa”. Eppure, in un bar di Via di Tor Cervara, periferia est di Roma, a due passi dal raccordo anulare e nei pressi dell’ufficio immigrazione della questura di Roma e del quartier generale della Guardia di Finanza c’è un bar in cui il caffè costa 75 centesimi, come da tabella esposta dietro la cassa. Ma se il caffè lo prende uno dei nomadi che risiedono nel campo Rom che si trova lì vicino, il costo raddoppia. Anzi, di più: per loro, solo per loro, il caffè costa due euro.

La nomade, che come spiega il Corriere della Sera, lavora come operatrice di una cooperativa per la scolarizzazione dei bambini rom, per gustarsi il piacere di un caffè bbono deve pagare più del doppio di quello che lo pagherebbe uno di noi. Pare che in alcune occasioni sia stato esplicitamente detto ai rom che il caffè per loro costa di più così almeno capiscono che se ne devono andare. Pare anche che, nonostante alcune segnalazioni fatte alle forze dell’ordine, non ci sia modo di fermare quello che, da qualsiasi lato lo si guardi, sembra tanto un odioso episodio di razzismo. Odioso, si: più del solito: perché almeno in altre situazioni ci si rifiuta semplicemente di somministrare la merce. Qui invece, la si vende a un prezzo maggiorato. E nessuno fa niente.

Non so se ci sia qualcosa che possa impedire questa vergogna. Di sicuro, se passo da quelle parti, mi terrò la voglia di caffè. Tanto, come dice un altro slogan, mi rende nervoso. Mai come questa stupidità che galleggia nel mio Paese, però.

Buon tutto!

Il post è stato pubblicato su Giornalettismo

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