Il giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivano ad Auschwitz. Trovano l’orrore negli occhi dei pochi superstiti del campo di concentramento.

Shoah in ebraico significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Parlare di un evento che ha portato alla morte di almeno 12,25 milioni di persone, tra cui 5,9 milioni di ebrei, dati che secondo alcuni sarebbero persino più tragici, senza fare retorica non è semplice. Come ha scritto auschwitz 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriada Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, “Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva” e i crimini commessi ad Auschwitz non furono solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia.

PER NON DIMENTICARE – Eppure, il vento della cronaca soffia impetuoso e spazza via la memoria.  Oltre a quelli che arrivano a negare l’olocausto,  ci sono tutti gli altri. Quelli per cui queste sembrano cose lontane, sfumate, “storiche”: una ricorrenza come tante, quasi un’assurda e tragica “favola” del passato, con tanto di streghe e orchi cattivi. Perché di guarda “ai problemi del presente e alle paure del futuro: la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica”. Cose che cancellano quella “banalità del male” che è stata l’orrore dell’olocausto. Invece “ricordare che questo è stato” è indispensabile. Perché quello che è stato può accadere ovunque. Anzi, è accaduto e riaccaduto altre volte. Come ha scritto Amos Luzzato, servirebbe “la memoria della memoria”. Ricordare per capire e per rispondere al presente. Perché gli “scontri di civiltà” sono sempre in agguato, un fuoco su cui tanti continuano a soffiare, qui ed ora. Dimostrando che l’odio fra le genti e le stragi degli innocentila bestia umana”, ieri come oggi. Perché il Male è banale, e spesso si presenta in forme apparentemente innocue. Ad esempio, come ricorda Vittorio Foa,quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c’e’ il Lager, il campo di sterminio”. Come ricordare? (armeni, ebrei, curdi, africani) non sono un incubo del passato, ma un mostro banale, sempre presente dentro “

L’ALBUM AUSCHWITZ – Theodor Adorno ha scritto che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”. E’ vero. Ed è un bene non sprecare tante parole. Per ricordare questo giorno, può essere utile la lettura di Maus, un libro a fumetti, WaitingAuschwitz 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriaun’arte straordinaria ma in Italia considerata a torto di serie B. Oppure l’Album Auschwitz, pubblicato da Einaudi, un album di foto scattate da due ufficiali tedeschi per documentare l’efficienza del campo, ritrovato dalla deportata Lili Jacob alla fine della sua prigionia. Lili ritrovò le foto della sua famiglia sterminata, e gli fu richiesto di pubblicarle in un libro che è stato successivamente divulgato in tutto il mondo. Ecco, forse le parole che servono sono quelle delle immagini. Ma si può provare a ricordare guardando le cose con gli occhi di un bambino. E noi tempo fa abbiamo provato a raccogliere nel vento un racconto del fratellino di Lili, Sril. Per non dimenticare.

L’ARRIVO – “Mi chiamo Sril. Sril Jacob. Ho 6 anni. Sono arrivato in questo posto che mi dicono si chiami Auschwitz nella primavera del 1944. Ho viaggiato per giorni su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni. Sono arrivato dall’Ungheria, dove dei signori cattivi ci avevano radunato del Ghetto di Budapest.  Mi hanno caricato su questo treno sporco e umido, dove siamo stati ammucchiati per giorni. Avevo un po’ paura, ma mi hanno insegnato a rimanere tranquillo e a non fare storie. Così ho sopportato il lungo viaggio,  avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra.”

LA SELEKTION – Quando siamo arrivati dei signori che parlavano tedesco, che mi hanno detto essere delle SS, ci hanno fatto sostare su di una banchina: Eravamo a migliaia, tutti radunati, un tipo in divisa ci scrutava per un po’, e poi alzava il braccio. Ora il destro, ora il sinistro. La Selektion 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriachiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratello ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili. Mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro” e l’hanno mandata ai campi, mentre a noi spetta la “Villeggiatura”. Sapere che a lei toccherà di lavorare, mentre io potrò finalmente giocare in pace, mi fa sentire un po’ in colpa. Ci sono due uomini, due ufficiali, che ci fanno un sacco di fotografie. Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle, e una bimba, Gertel, l’hanno fotografata mentre faceva le polpettine con la terra. Ci hanno portato in un fabbricato, e fatto scendere nel sottosuolo.

LA DOCCIA – Ci hanno spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo farci una doccia, per la disinfestazione. Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, altrimenti al ritorno dalla doccia, con quella confusione, avremmo potuto perdere i nostri vestiti. E io, al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo. Appena entrati nelle docce, si è sentito un rumore, e dalla doccia è uscito uno strano fumo dall’odore acre. Improvvisamente mi sono sentito catapultato in aria, per un attimo è diventato tutto buio, ho sentito mia nonna urlare, mio fratello tremare. Poi, più niente, solo una grande quiete…E ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù. Ho visto la mia Lili che piangeva disperata. La chiamavo, ma sembrava che lei non potesse sentirmi, non so perché.

L’ALBUM DI FOTOGRAFIE – Passavano i mesi ma io non avevo né fame né sete, giravo sfiorando i rami delle betulle, il viso di Lili che lavorava nel campo ma non mi rispondeva, e vedevo migliaia di altre persone che arrivavano e scendevano a fare la doccia. Un giorno, sono arrivati dei soldati con divise di altro colore, la gente li accoglieva stanca e triste, ma non Campi Concentramento 27 gennaio 1945 – Una data da portare nella memoriac’era paura, anzi. La mia Lili mentre cercava una coperta ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo noi: io, mio fratello, i nonni. Lili, non so perché, è scoppiata a piangere, ha stretto a sé l’album, è uscita. Sono passati i giorni, i mesi, gli anni. Lili è diventata una donna. Un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie, ci hanno fatto un libro che è uscito in tutto il mondo.

I BAMBINI NEL VENTO – Adesso, anche se sono qui che viaggio nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, la bimba con le polpette di terra, ai tanti bambini svaniti in quelle docce di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi a quelli che continuano ad arrivare tutti i giorni, dal Darfur, dall’Iraq, dalla Nigeria, mi piace che ci siano tanti che vedono la mia fotografia. Quella mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con negli occhi bambini la gioia della vita che mi attende, i fiori, l’amore, il lavoro, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo. Forse, in questi giorni in cui la cronaca corre veloce come il vento, vedendo quelle foto qualcuno si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz...“

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi)

Pubblicato anche su Giornalettismo

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