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Caro Presidente Napolitano,

Lei oggi, in occasione dei 10 anni dalla morte, ha scritto una lettera alla moglie di Bettino Craxi. In questa lettera, ella dice di porsi “dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane”, parlando di questa “ricorrenza carica oltre che di dolorose memorie personali di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione”. Siamo d’accordo. Per questo è necessario dire la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Lei lo fa?

Lei afferma che Bettino Craxi “decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Non è esatto, Presidente e lei lo sa bene: Craxi lasciò il paese quando, non ricandidato alle elezioni nel 1994, sapeva che avrebbe potuto essere arrestato, come normalmente dovrebbe avvenire per un cittadino che ha una condanna con sentenza passata in giudicato. E fuggì all’estero e venne dichiarato latitante. Non è la stessa cosa, ne converrà.

Caro presidente, Lei poi si sofferma sul bilancio dell’esperienza di Craxi come uomo politico e di governo,  citando le sue idee e la sua azione in materia di politica estera nel mediterraneo, della firma di un nuovo concordato con la Chiesa cattolica, e quella della grande riforma istituzionale che però non trovò attuazione. E’ strano che Lei non parli della politica economica di Craxi, e soprattutto della gestione dei conti dello Stato e del debito pubblico negli anni in cui egli era un leader politico e, per molto tempo, anche presidente del Consiglio. Glielo ricordiamo noi.

Negli anni del suo governo, dal 1984 al 1987, come risulta dai documenti di Banca d’Italia, il debito pubblico passò da 240 miliardi di euro a 430 miliardi di euro. E nei 5 anni successivi, dove anche se non al governo era comunque componente essenziale del famoso CAF, il debito arrivò, prima dell’esplodere di Tangentopoli, alla cifra di 800 miliardi di euro. Quindi da questo punto di vista il lascito di Craxi e di quella classe politica, se si vuole una “più serena e condivisa considerazione” è un debito pubblico che fu quadruplicato in 10 anni. Per un giudizio sereno e condiviso, ci sembra un tema da non dimenticare.

Infine, se come Ella sostiene attorno al sistema dei partiti “avevano finito per diffondersi degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità” non va dimenticato che di quel sistema Craxi non fu uno dei complici, ma uno dei principali artefici, come i numerosi processi svolti hanno accertato. Ed è soprattutto per questo che su di lui “era caduto con durezza senza eguali il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista”. Quindi, se come Lei dice, non si vuole “mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono”, è un po’ipocrita sorvolare su questo fatto.

Non ci sembra neppure giusto sorvolare sul fatto che quel finanziamento illecito, che si nutrì di corruzioni, servì a incanalare fondi neri verso i partiti ma anche – secondo numerose sentenze passate in giudicato o di prime e secondo grado poi estinte per la morte dell’imputato – in qualche caso verso conti personali all’estero. E che comunque quel sistema ha causato una distorsione del normale funzionamento di un economia di mercato qual è quella italiana, che ha alterato non solo la democrazia, ma anche il sistema economico nazionale con conseguenze gravi sulla competitività dell’Italia.

A questo proposito ci piace ricordare un altro italiano, un uomo di destra, che  mentre Craxi era già potente segretario del PSI operava in Italia. Si chiamava Giorgio Ambrosoli, Lei certo lo conoscerà. Quell’uomo pagò con la vita il prezzo del servire lo Stato con assoluto disinteresse, con cristallina onestà, con l’unico obiettivo di perseguire l’interesse del Paese. A lui pochissimi regalano un pensiero,  e meno che mai una via. Forse qualcuno gli avrà anche scritto una lettera, ma nessun uomo di Stato ha mai detto di ispirarsi alla sua azione, alle sue idee, ai suoi pensieri. Ci perdoni se a lui va, davvero, la nostra ammirazione e il nostro ricordo, anche oggi.

Caro presidente, non si tratta di odiare nessuno. Ma se si scrive una lettera pubblica, è necessario dire tutta la verità. Anche alla donna che giustamente ricorda il marito, anche ai figli che giustamente piangono il padre. Perché la Sua lettera è politica. Sarebbe stato bene, per quella serena condivisione che Lei auspica, dire la verità, tutta, senza piegarla con qualche “dimenticanza” ad un’interpretazione parziale di quanto accadde in quegli anni. Quello che secondo noi, ha fatto Lei con la sua lettera. Stasera, ci scusi, la sentiamo molto meno del solito il "nostro" presidente.

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