Diagnosi sbagliate, errori in sala operatoria, infezioni che si annidano dentro le corsie degli ospedali anche a causa di condizioni igeniche pessime,  gente che si fa male durante il trasporto in ospedale. Sono alcuni dei circa 30 mila episodi di malasanità che avvengono ogni anno in Italia secondo l’Ania e il Ministero della Salute. Un fenomeno che si porta dietro, oltre alle cause e ai risarcimenti giudiziari, penali e civili, una scia di dolore che nulla riesce a lenire: perché dal sistema sanitario uno si aspetta di essere curato. Non di soffrire o, peggio, morire.

Una scia che non può certo essere lenita dalla constatazione – anch’essa vera – che il sistema sanitario italiano funziona mediamente bene, come ci ricordano le statistiche internazionali, che lo pongono ai primi posti per efficacia e senza neppure essere tra i più costosi del mondo. E tantomeno che l’errore umano – anche in un sistema perfetto – non è mai del tutto cancellabile. Però, oltre a casi che gridano vendetta, dove oltre alla disorganizzazione generale del sistema pesa l’imperizia o la colpevole superficialità di singoli operatori sanitari, c’è la sensazione che non tutto viene fatto per minimizzare al massimo gli errori o i danni evitabili.

Un primo punto riguarda la mancata attuazione delle linee guida del Ministero della salute – che pure esistono – le check list e tutti gli strumenti di prevenzione creati, che per ora in molte regioni sono solo dei pezzi di carta. Ma non è solo questo. Esiste un problema, più sensibile al sud ma forte anche nel centro e nel nord, di una sanità cloaca che assomma il fatto di essere un serbatoio elettorale consistente, uno sbocco occupazionale per gente che altrimenti andrebbe a spasso, un sistema in cui girano molti soldi e molto potere.

Ma la colpa più grave del sistema sanitario italiano è proprio quella di non essere un “sistema”, ma un insieme di “punti di accesso” profondamente diversi per capacità di risposta, dove convivono – a volte anche dentro lo stesso complesso ospedaliero, non c’è bisogno di scomodare le differenze territoriali – strutture composte da gente superficiale o incompetente, strutture con operatori di buon livello ma prive di risorse e strutture di eccellenza che uniscono capacità professionale ed umanità. Ecco, la Sanità italiana per crescere e ridurre i casi di malasanità deve diventare un vero sistema nazionale.

Deve essere potenziata la diagnostica di base, perché sono le diagnosi corrette e tempestive a salvare le vite.  Occorre creare e potenziare i sistemi a rete tra grandi ospedali e presidi sanitari più piccoli. E’ necessario premiare le eccellenze (in termini di carriera e soldi), far crescere in tutta Italia i medici bravi e volenterosi (ospedalieri e di territorio) con formazione professionale, aggiornamento e  divulgazione scientifica, punire ed espellere senza pietà dal sistema gli incompetenti e i superficiali (sono entrambi dannosi). Ed è necessario premiare  e potenziare il lavoro di equipe, gli scambi di esperienza, anziché continuare ad incentivare la separazione tra baroni e baronetti, cliniche universitarie e strutture ospedaliere, medici ospedalieri, medici di territorio e quelli di famiglia.

Proporre un “Garante per la salute”, un’authority in un paese dove le authority non funzionano non serve a nulla. Potenziare gli strumenti di verifica e controllo è utile. Ma è solo aumentando la qualità “media” del sistema sanitario nazionale, anziché incentivare la sanità arlecchino a cui si rischia di andare incontro nell’Italia prossima ventura, che si riuscirà a rendere la sanità un sistema meno imperfetto. Sbagliare è umano, perseverare è malasanità.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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