Sul tema della legge sulla cittadinanza in discussione alla camera si è sviluppato un match senza esclusione di colpi tra Giovanni Sartori e Tito Boeri sulla reale possibilità di “italianizzare” i cittadini di religione musulmana. Il tema cioè, dell’ “integrabilità” dell’islamico. Lasciamo da parte le dotte polemiche professorali, le citazioni colte e gli ego dei due personaggi, e concetriamoci sulla sostanza della questione, che è effettivamente controversa.

Il Prof. Sartori ha sostenuto che questo sia un rischio da non rischiare, alla luce di un’esperienza secolare dove non si ricordano casi di “integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che”. Il Prof. Boeri invece, analizzando le realtà esistenti in diversi paesi d’Europa, ha detto che i musulmani si “integrano economicamente e socialmente, nel lavoro, sposandosi spesso con persone del Paese che li accoglie e parlandone quella lingua, indipendentemente da quanto siano devoti all’Islam”.

Il tema è certamente complesso. In questo periodo storico il monoteismo teocratico dell’Islam sembra molto rigoroso e l’apostolato musulmano appare spesso dinamico e talvolta anche aggressivo. Ma, come ha detto bene Sergio Romano, intervenendo sul tema e rispondendo a due lettori – provocando la risposta, un po’ piccata, del prof. Sartori – “siamo davvero certi che la religione, nel mondo islamico, sia sempre stata vissuta con la stessa intensità e intransigenza?”

Se guardiamo al cristianesimo e all’Europa, non possiamo dimenticare che anche da noi abbiamo attraversato fasi in cui la “febbre della fede” era molto alta. Nell’Islam, la tendenza di gran parte dei Paesi del Medio Oriente era verso la secolarizzazione, almeno fino agli anni ’60, cioè fino al momento del riesplodere violento della “questione palestinese”. Per analizzare la questione bisogna partire da alcuni dati di fatto.

Il primo è che l’integralismo religioso si nutre di fattori politici, sociali ed economici che – nell’caso dell’Islam – l’occidente si è ben guardato, per miopi calcoli di bottega, di tentare di rimuovere. Il secondo è che le civiltà europee non sembrano al tramonto perché milioni di musulmani lasciano i loro Paesi per venire in Europa, “attratti da tutto ciò che siamo in grado di offrire al loro futuro” e non per conquistarci. In Italia vivono un milione e mezzo di musulmani, ed  escludendo qualche sporadico caso non risultano esserci tensioni “religiose” o situazioni di allarme sociale, come è avvenuto – spesso più per ragioni “mediatiche” – con comunità quali i rumeni o gli albanesi. O i cinesi.

Che l’integrazione degli immigrati in generale e dei musulmani in particolare sia un processo non semplice, non ci piove. Ma non è impossibile: i turchi in Germania hanno cominciato ad integrarsi gradualmente da quando il governo Schröder modificò la concezione della cittadinanza, basata sino ad allora sul “diritto del sangue”, passando al “diritto di suolo”, ovvero al luogo di nascita, come avviene negli USA. Forse l’”itanializzazione” degli immigrati, soprattutto quelli di seconda generazione a partire dalla legge sulla cittadinanza, è un rischio da correre, anzi, una grande occasione per l’Italia. A costo di sembrare al prof. Sartori dei “gi­ganteschi sprovveduti”.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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