Il capodanno è per definizione il momento dei bilanci, e dei propositi. Non siamo capaci di riflessioni di questo spessore. Noi siamo solo capaci di lasciare parole nel vento, piccole, inutili, e a volte pure scioccherelle. E’ trascorsa la notte di san Silvestro, in cui abbiamo (quasi) tutti festeggiato, come polli d’allevamento, brindando all’anno nuovo con il sorriso sulle labbra ma con la dannata voglia di fare un tuffo giù. La notte con cui abbiamo salutato un decennio che è stato chiamato “gli anni zero”. Un decennio piatto, nel quale non è accaduto nulla di buono, nessuna delle cose che sembravano a portata di mano all’alba del nuovo millennio. Un decennio attraversato dalla grande paura del terrorismo, e concluso con la più grande crisi economica dal dopoguerra ad oggi.

Anni pieni di speranza per un nuovo inizio di questo mondo, che invece si è avvitato su se stesso, si è perso in un’eterna transizione dove un’epoca al tramonto, una civiltà agonizzante non riesce a lasciare il posto ad una nuova era. Scorrono sotto gli occhi questi anni: gli anni dell’11 settembre, delle guerre preventive, dello Tsunami dell’oceano indiano che distrusse 230 mila vite, il fallimento di Lehman Brothers. E i problemi che incancreniscono: inquinamento, disuguaglianze crescenti tra nord e sud del mondo. E qui nel nostro paese, gli anni di Silvio, sempre Silvio, nient’altro che Silvio. Tutto finito: gli anni zero ci salutano, e noi li salutiamo, senza rimpianti

Adesso iniziano gli anni dieci. Siamo ancora tutti qui, come ieri, in questo mondo che sembra davvero volare, veloce come il vento, verso l’ignoto domani che al tempo stesso inquieta e incuriosisce, tutti ancora immersi in un’allegria un po’forzata che nasconde centomila punture di spillo, i piccoli e grandi dolori che ognuno si porta con sé, amarezze e disillusioni, per un torto subito, un amore perduto, per un senso che non c’è.

L’augurio, forse un po’ scontato, è che il pantano in cui è caduto il mondo, e in particolare l’Italia, cominci a dissolversi. Che in questi anni dieci si provi un po’ tutti, come individui e come paese, ad uscire dal guscio e ad esprimere quel qualcosa di speciale che ognuno di noi ha ancora dentro sé. Che i nodi e le contraddizioni smettano di essere rimossi, tra rassegnazione e impotenza: dal nuovo ordine mondiale al New deal della green economy, e da noi l’eterno dibattito tra berlusconiani ed antiberlusconiani che da più di un decennio soffoca il nostro paese.

Per tutti noi, si può partire da una cosa semplice, ma che molti sembrano avere dimenticato: VIVERE la propria vita, brutta o bella che sia, senza guardarla passare come spettatori inebetiti. Dieci anni sono lunghi, e sprecare anche i prossimi non sarebbe un peccato. Sarebbe un delitto.  Pensare con la propria testa, a partire da quest’anno, il 2010, in cui nel mondo e qui da noi non mancheranno problemi, contraddizioni, ostacoli da superare, grandi e piccoli. Come ha detto qualcuno: anche se il 2010 probabilmente non sarà eccellente, né ottimo né buono, forse neppure sufficiente, sperando almeno di sopravvivere.

In quest’anno che verrà noi di Comicomix, come è stato detto qui su Giornalettismo, “nel nostro piccolo, continueremo a provare a rompere le scatole a tutti. Anche a chi ci legge: offrendo i punti di vista più disparati senza concedere alcun privilegio o alcuna franchigia ad alcuno, per questioni di appartenenza”. Anche se siamo tutti consapevoli che l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, oggi, sotto il cielo liquido di quest’Italia addormentata, in questo anno che verrà, in questo decennio che verrà, proviamo a scordare quel brivido freddo come una puntura di spillo che ci avvelena i pensieri. Smettiamo di aspettare ‘a nuttata c’ha dda passà. Perché come sappiamo tutti, il sole sorge ogni giorno.

Buon tutto!

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

P.s.:Giorgio Gaber ha lasciato questo mondo 7 anni fa, ma noi continuiamo a far finta di essere sani, dentro questa nave grande che va (anche se non si sa dove va), senza sottostare a questa libertà obbligatoria, non sentendoci tanto italiani (anche se per fortuna o purtroppo lo siamo). E continuando a pensare che c’era il pensiero. Ricordando che c’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la morte. Non smettiamo di combattere, e non smetteremo. Non ancora

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