Il vertice Onu di Copenaghen è durato 13 giorni, con la presenza di oltre 100 capi di stato o di governo e 45 mila richieste di accredito, una partecipazione mai vista a queste conferenze. Sono atterrati 140 jet privati  e si sono spostate 1200 limousine di lusso a noleggio al giorno. E’ costato circa 215 milioni di dollari, e durante il suo svolgimento sono stati consumati circa 41 mila di tonnellate di CO2, un ammontare pari all’emissione annuale del Marocco. Questa montagna non è riuscita a partorire neppure un topolino.

Abbandonato subito il vero obiettivo del vertice, la firma di un trattato legalmente vincolante, saltata anche l’ipotesi di un accordo politico magari imperfetto per l’opposizione di alcuni paesi poveri, alla fine è uscito solo un documento minimo, in 12 punti, che riguarda solo Usa, Cina, India, Sudafrica e Brasile a cui si è aggregata l’Europa. Un documento che prevede solo un impegno generico a limitare entro un massimo di due gradi l’aumento delle temperature in questo secolo, ma senza fissare obiettivi e cifre sui tagli alle emissioni di gas serra.

Tutti i protagonisti si affannano a parlare del miglior accordo possibile, un punto fermo dal quale ripartire per impegni vincolanti entro il 2010. Ma sono gli stessi che fino a pochi giorni fa giudicavano riduttiva la “mediazione” del premier danese Rasmussen per un accordo in due tempi: l’intesa politica subito a Copenaghen e l’intesa legalmente vincolante dopo. Il vertice, se non è stato semplicemente un fallimento, è sicuramente stato inutile. Ora bisogna muoversi, ed in fretta. Ma con realismo. Perché nessun pasto è gratis.

Perché è vero che in gioco c’è il futuro del pianeta e quindi dell’umanità. Ma è altrettanto vero che passare dal concetto sacrosanto di “sviluppo sostenibile” alla sua traduzione in un modello economico che garantisca il raggiungimento di tenori di vita decenti nei paese emergenti e – ancora di più – in quelli ancora poveri o poverissimi ma riesca ad avere il consenso politico nei paesi ricchi non è affatto semplice. Ed è questo il nodo da sciogliere, come ha efficacemente detto il primo ministro indiano: “Il clima per i paesi in via di sviluppo è una questione di vita, per quelli industrializzati è una questione di stile di vita”.

Guardiamoci negli occhi: l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura a non più di due gradi comporta, secondo la stragrande maggioranza degli scienziati, una riduzione delle emissioni di CO2 del 50% entro il 2050. Questo significa una riduzione molto grande delle emissioni per i paesi “ricchi” e un contenimento anche per i paesi emergenti, Cina in testa. Questi ultimi propogono allora che i paesi ricchi, che hanno cominciato a inquinare molto prima di loro, si  impegnino a tagliare le emissioni di almeno il 25% già al 2020. Una proposta che vede i paesi ricchi, USA in testa, ancora non disponibili. E in più c’è anche la richiesta dei paesi poveri di non pagare il conto di un pasto che non hanno mai assaggiato. Ovvero, massicci trasferimenti per lo sviluppo sostenibile in quei posti dove lo sviluppo non è mai iniziato.

Gli interessi in gioco non sono solo quelli delle multinazionali e delle lobby del carbone, ma anche quelli delle pubbliche opinioni. Alzi la mano chi accetterebbe senza fiatare di tornare ad uno stile di vita da inizio anni ’60. Certo, la situazione è più complessa, perché la green economy è una “riconversione verde”, una scommessa su un modello di sviluppo che non faccia scendere il livello di vita dell’occidente, aumentando quello dei paesi meno ricchi e poveri e riducendo anche l’impronta ambientale dell’umanità. Un’equazione che – forse – la tecnologia potrebbe  affrontare da subito e persino risolvere nel lungo periodo. Ma il tempo stringe, e gli impegni servono adesso. E’ necessario capire ciò che andrebbe fatto e ciò che si è disposti a fare. Qui ed ora. E misurare le conseguenze.

Partendo da un dato di fatto: il tanto sbandierato Protocollo di Kyoto è stato un passo importante sotto il profilo simbolico, ma non è riuscito a promuovere uno sforzo maggiore nella riduzione dei gas a effetto serra, essendo stato sistematicamente violato da moltissimi paesi che pure l’avevano entusiasticamente sottoscritto. Da questo punto di vista, l’accordo impegnativo che a Copenaghen non è arrivato avrebbe seriamente rischiato di essere anch’esso inutile, se i comportamenti concreti di tutti avessero continuato ad infischiarsene.

Ora serve, come si è cercato di spiegare qui, una chiara definizione delle priorità per i tanti sostenitori dello sviluppo sostenibile. Le soluzioni immediate da prendere, dove c’è un consenso diffuso e l’interesse di lobby già agguerrite, come sulle fonti rinnovabili, e quelle su cui lavorare in un’ottica di medio termine, avendo ben chiaro – senza porsi obiettivi irrealistici –  che  se si continua a non fare nulla i tipping points, le soglie di temperatura, presenza di CO2 in atmosfera, scioglimento dei ghiacci, acidità degli oceani che potrebbero innescare cambiamenti repentini e irrimediabili verranno raggiunti prima del previsto.

Serve anche il pragmatismo. Ad esempio quello di chi invita a puntare ad un’intesa su alcune azioni immediate e su pochi principi di massima, oltre a fissare una tabella di marcia in vista di un accordo generale nel 2015.  Fissare l’obiettivo globale sulle emissioni per il 2050, installare rapidamente un sistema satellitare capace di misurare le emissioni a livello di singolo paese, implementare dei meccanismi che incorporino un costo del “diritto ad inquinare” coerente con la minimizzazione dei costi di abbattimento, ovviamente tenendo conto che alcuni paesi vanno aiutati ed altri hanno i mezzi per cavarsela da soli. Non è una soluzione perfetta, ma è un inizio. Bisogna ripartire in fretta. Senza vertici che servono solo per i mass media, ma dandosi una mossa. Il futuro non aspetta.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Annunci