Il 20 dicembre 2006 verso le 23, Piergiorgio Welby ha salutato parenti ed amici, ha chiesto di ascoltare musica di Bob Dylan e poi, secondo la sua volontà, è stato sedato e gli è stato staccato il respiratore. Poco prima di mezzanotte è spirato. Aiutato a morire dal dottor Mario Riccio, anestesista, alla presenza della moglie Mina, della sorella Carla, e di alcuni esponenti dell’Associazione Luca Coscioni. Attorno a lui, e poi in occasione del caso di Eluana Englaro, si è scatenata una guerra santa, uno scontro ideologico senza esclusione di colpi tra i difensori della “vita” senza se e senza ma, e i sostenitori della morte “dignitosa”. Gli uni contro gli altri, brandendo come spade le proprie convinzioni, spesso uscendo dal seminato, tutti dimenticando subito quel corpo senza forze pieno di dolore e sofferenza.

Un dibattito rumoroso e rancoroso che ignora il tribunale di Roma che ha respinto pochi giorni prima della morte di Welby la richiesta di porre fine all’accanimento terapeutico, ma chiarendo che “esiste il diritto di chiedere l’interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale”, un diritto purtroppo “non concretamente tutelato dall’ordinamento vigente”. Un tribunale che poi assolverà il dottor Mario Riccio, perché l’articolo 51 del Codice penale prevede “la non punibilità per il medico che adempie al dovere di dare seguito alle richieste del malato, compresa quella di rifiutare le terapie, considerando quindi l’assistenza alla nutrizione, idratazione e respirazione vere e proprie cure che il malato può rifiutare, e non ordinarie azioni di sostentamento che invece il malato non ha il diritto di rifiutare”.

Immediatamente rimosso che quel 20 dicembre 2006 il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari ha detto: “I medici dicano se la macchina che aiuta a respirare Welby è inutile o sproporzionata e se non fa altro che prolungare l’agonia di una imminente morte”, in coerenza con il catechismo della Chiesa cattolica, che ammette la rinuncia all’accanimento terapeutico. Un catechismo dimenticato dalla stessa Chiesa, assieme alla “pietà” e alla compassione”, che nega alla moglie di Piergiorgio i funerali religiosi perché “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita”.

E’ banale, ma occorre ripeterlo, proprio mentre tornano ad agitarsi i fantasmi della guerra santa sulla legge sul testamento biologico: su questi temi non si tratta di fare lotte ideologiche. Ognuno ha il suo vissuto, le sue sensibilità e convinzioni. Non si chiede di imporre qualcosa a qualcuno, ma esattamente il contrario: rispettare la libertà di scelta di ognuno su quest’argomento. E’ un problema di rispetto dei cittadini, cattolici e non, e della loro capacità di giudicare cosa sia per loro il bene o il male. Come ha detto Alessandro D’Amato, un vecchio proverbio yiddish ci ricorda che Dio non ha mai ordinato a nessuno di essere stupido”.

Piergiorgio Welby ha scritto, in una lettera indirizzata al Presidente Napolitano: “La morte non può essere dignitosa. Dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, soprattutto quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. Definire la morte per eutanasia dignitosa è un modo di negare la tragicità del morire. L’eutanasia non è morte dignitosa, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier.”

Ecco il punto: lasciare che ognuno scelga cosa è opportuno per sé stesso. Qual’è il suo bene o il suo male, la soglia oltre la quale la propria vita non è più dignitosa, non è più vita ma diventa qualcos’altro. Ed è con questa convinzione, e con la certezza che tutti gli uomini di buona volontà, credenti, atei o agnostici, religiosi o laici debbano lottare per una vita dignitosa per tutti e per la libertà di “fare ciò che si vuole senza danneggiare gli altri” che tutti noi, piccoli punti sperduti che calpestano questo piccolo angolo di universo, dobbiamo proseguire il nostro cammino a tentoni in questo mondo complicato. Ti sia lieve la terra, Piergiorgio.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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