Dopo qualche mese di silenzio, è tornata alla ribalta la scuola. Ci è tornata per le manifestazioni di protesta degli studenti universitari e delle scuole superiori in tutta Italia in occasione della giornata internazionale di mobilitazione studentesca. E ci è tornata per l’approvazione  definitiva delle “disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, il Decreto legge Salva-precari.

Una norma che garantisce precedenza assoluta nelle graduatorie per supplenze brevi in assenza temporanea dei titolari per quei 15 mila precari che nel 2008 avevano un contratto annuale, e nel 2009 sono rimasti disoccupati per via della riduzione degli organici decisa con la “riforma” Gelmini. Una pezza a colori, decisa dopo le proteste che avevano accompagnato l’inizio dell’anno scolastico, quando si era reso evidente che dietro quegli 8,5 miliardi di euro di “risparmi” c’erano tagli consistenti a personale docente, cattedre, e conseguenti disagi per le famiglie italiane. Un pannicello caldo che non cambia lo “spirito” della “riforma” Gelmini.

Ma c’è un’altra storia, parallela, di cui si parla molto meno. Ed è l’effetto della “riforma” su quei bambini e ragazzi “diversamente abili” o se preferite disabili, o portatori di handicap. Sono poco meno di 180 mila nell’anno scolastico 2009-2010, 4 mila in più dell’anno scorso. Per loro, da quest’anno, “grazie” alla “riforma” ci sono però 500 insegnanti in meno. Questi tagli comportano una riduzione del numero di ore di affiancamento dell’insegnante di sostegno – che per molti è un vero e proprio dimezzamento – e la necessità di concentrare gli alunni “diversamente abili” in una classe.

Sembra nulla. Ma invece significa negare loro la possibilità di “integrarsi”, perché – magari con la scusa di “proteggerli” dalla confusione – vengono sempre più frequentemente messi in classe da soli, relegati lontano dai bambini “normali”. Significa negare loro la possibilità di apprendere, di “restare al passo” con gli altri. Per questo nei Tar si assommano i ricorsi di genitori disperati, che chiedono  – e spesso ottengono – il ripristino della situazione preesistente.

Il disegno, secondo molti operatori della scuola, è quello di ritornare ai bei tempi andati delle “scuole differenziali”. E pazienza se questo significa rialzare dei muri per questi cittadini e cittadine d’Italia, lasciarli tornare indietro, dentro quel mondo fatto di discriminazione e solitudine a cui la scuola e la società sarebbero chiamate a strapparli. In fondo, potrebbe rispondere qualche ministro con la parola più veloce del pensiero (sul genere di Giovanardi sul caso Cucchi), “a Sparta li buttavano giù da una rupe”. Ma  noi preferiamo quest’altra frase, di Don Lorenzo Milani: “Non c’è peggiore ingiustizia del dare cose uguali a persone che uguali non sono”.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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