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Sergio De Caprio, meglio conosciuto come capitano Ultimo, cioè l’uomo che arrestò Totò Riina, da qualche settimana è senza scorta, privo di tutele da parte dello Stato. Sulla sua incolumità ora vegliano 120 carabinieri del nucleo scorte di Palermo che, fuori dal servizio, con auto proprie e in borghese, quindi come privati cittadini, si sono messi a sua disposizione per proteggerlo. Il capitano Ultimo, il “cacciatore di mafiosi” è stato a lungo un eroe, quello che aveva avuto l’ardire di sbattere la faccia a terra a Totò Riina al momento dell’arresto, celebrato anche in una famosa fiction.. Poi, dopo qualche anno, il vento è cambiato e – come capita spesso in questo strano paese – si è ritrovato inquisito, solo, scaricato da tutti e trasferito al Noe, il Nucleo Operativo Ecologico.

 

L’ufficiale, poi assolto da ogni addebito, ha nel frattempo denunciato "condotte omissive e arbitrarie di uno o più appartenenti all’Arma dei carabinieri" accusandoli tra l’altro "di avere agito, direttamente o indirettamente, nell’interesse dell’associazione mafiosa e in particolare dell’area riconducibile al latitante Bernardo Provenzano". Storie oscure, in cui possibili contrasti legati a invidie personali si confondono tra sospetti ed accuse reciproche, in quella sottile linea di confine tra bene e male, giusto e sbagliato che chi si trova in prima linea contro la mafia rischia spesso di varcare. E’ storia recente poi l’emergere di fatti e deposizioni che fanno ipotizzare che l’arresto di Riina sia stato frutto non solo della capacità investigativa del Capitano e degli uomini del Crimor, il reparto speciale dei Ros comandato da De Caprio, ma che sia stato in qualche modo “pilotato”, come è stato più volte illustrato da Donato De Sena su Giornalettismo. E’ persino possibile che il capitano sia stato in qualche modo “usato” da alcuni burattinai. E’ una verità che forse non riusciremo mai a sapere

 

Ma resta il fatto che il capitano Ultimo è un simbolo. Il simbolo dello Stato che arresta la mafia, è l’uomo che ha catturato il “nemico pubblico numero uno”, il Totò Riina che aveva dichiarato guerra allo stato e fatto saltare in aria Falcone, Borsellino e le loro scorte. Tant’è vero che – trattativa o no – per lui Cosa nostra aveva deciso una “punizione esemplare”. Secondo i racconti di molti pentiti il capitano Ultimo andava sequestrato, torturato e poi assassinato, comunicando la sua esecuzione a tutta l’Italia. La vita di Sergio di Caprio è molto probabilmente in pericolo, vegliata solo da colleghi che lo stimano e lo ritengono ancora un eroe. Fino a prova contraria è un eroe: è anche al suo coraggio ed alla sua abilità che dobbiamo la cattura del Capo dei capi. Eppure, da qualche settimana, è privo di protezione da parte di quello Stato che, sempre fino a prova contraria, lui ha servito. Ed è questo Stato, che non ha protetto adeguatamente eroici magistrati e le loro scorte, che lascia senza protezione un simbolo della lotta alla mafia, contemporaneamente celebra in un tripudio di retorica gli eroici carabinieri e civili italiani morti nell’attentato di Nassirya. Anche loro caduti in nome di uno Stato più bravo a commemorare che a difendere.
Quest’articolo è stato rielaborato da un pezzo originariamente pubblicato su Giornalettismo
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