Ci sono cose che non si augurano a nessuno. Le malattie, perdere il lavoro, andare a cena con Bruno Vespa, o con Vittorio Sgarbi, o peggio ancora, con tutti e due. Ma c’è anche di peggio. Ad esempio, nascere (o diventare) ricchi. Miliardari. Quelli che se vanno a cena fuori e  non trovano posto al ristorante, si comprano il ristorante. Essere miliardari è un’esperienza terribile. L’abbiamo provato: l’altra notte, mentre stavamo davanti al nostro Computer, ci è apparso il genio della lampada di Aladin; che, come è tradizione, ci ha chiesto di esprimere un desiderio, uno solo perché era tardi e voleva andare a dormire. Noi, scioccamente, abbiamo pensato a quelli che hanno i soldi fino alle orecchie (e anche oltre): auto, ville, elicotteri, aerei personali, gioielli, bela vita. Quelli della lista di Forbes, quelli con patrimoni di miliardi di dollari e oltre, quelli che guadagnano milioni di euro al giorno. Il genio della lampada ci ha avvisato che questo desiderio era troppo grande, e che poteva esaudirlo, ma non poteva durare che poche ore. Ci siamo rimasti male, come Cenerentola, ma abbiamo accettato lo stesso. L’occasione era troppo ghiotta. E ci siamo ritrovati all’interno di un’interessante manifestazione: la fiera del miliardario. C’erano stand gonfi di cose utilissime: auto con arredi e preziosissime finiture di oro, diamanti, pelli. Scarpe di coccodrillo guarnite di luccicanti rubini. E tante altre cose del genere. Bellissimo. E poi, c’erano loro. Tutti lì. Bevevano champagne, mangiavano caviale e parlottavano tra loro. C’era un tizio, un certo Bill Gates, che raccontava le grandi pene che gli dava il sistema operativo Windows Vista del suo Computer. Un altro, un tale Ingvar Kamprad, che non riusciva a montare una scrivania dell’Ikea. Un’attempata signora di nome Liliane Bettencourt, che trafficava con le sue creme di bellezza Oreal, i suoi balocchi e i suoi profumi. C’era anche un italiano, che distribuiva pacche sulle spalle a chiunque capitasse a tiro, mentre rigirava tra le mani un telecomando; un buffo tipo, di nome Silvio. Tanta bella gente, insomma. Però erano tutti con le facce tristi. Alcuni con gli occhi lucidi. Mentre girellavano tra le Ferrari e le Bentley, i palmari di ultima generazione, le borse di coccodrillo, stavano tutti lì a lamentarsi: patrimoni immensi da amministrare, tasse da pagare, decisioni da prendere. Corse in giro per il mondo, pensieri, affanni.  Commercialisti, manager, servitù, amanti. Una vita grama, da non augurare neppure al nostro peggiore nemico. Un tale s’era appartato in un angolo, piangeva disperato, singhiozzando tra un boccone di patè e un sorso di Vodka lemon. Ha detto di chiamarsi  Curtis Nelsons, l’ultimo rampollo di una modesta famiglia che organizza viaggi e vacanze. Il poveretto aveva litigato con sua madre. Il povero Curtis, alla morte del nonno Curtis Carlson (il fondatore dell’impero), voleva la metà esatta del patrimonio: appena 18 miliardi di dollari. La madre Marylin non solo non aveva voluto concedere questo sacrosanto diritto al figliolo ma, per ripicca, lo aveva pure cacciato dalla ditta di famiglia. Il dolore era troppo grande e Curtis, vincendo il suo ritegno, era stato costretto a far causa alla sua adorata mamma. Purtroppo, un Giudice insensibile al suo immenso dolore, gli aveva riconosciuto il diritto di ricevere solo 12 miliardi di dollari: una miseria elemosina. Curtis, disperato, continuava a ripetere che era una grande ingiustizia, mentre rigirava tra le dita il suo braccialetto di diamanti, e guardava la moglie affranta e il collier d’oro di Cartier che le aveva appena regalato. Mentre cercavamo di rincuorarlo per il suo tremendo destino, l’incantesimo è svanito e ci siamo ritrovati con la testa appoggiata alla nostra scrivania. Stamattina, mentre facevamo la fila alla posta per pagare la bolletta del telefono, pensavamo al povero Curtis. E mentre facevamo i conti per la rata del mutuo, riecheggiavano i suoi singhiozzi. E mentre in Tv vedevamo gli occhi sorridenti di bambini Africani, rivedevamo gli occhi smarriti di Curtis, persi nel vuoto e colmi di lacrime. Siamo usciti a fare una passeggiata per vincere la malinconia. Nella vetrina natalizia di un negozio c’era il presepio: La capanna, Gesù, Giuseppe, Maria, il Bue e l’Asinello.  Abbiamo pensato: Povero Curtis, che triste Natale gli toccherà passare!
Buon tutto!

Se questo post ti piace, votalo. Basta andare QUI e cliccare OK

Annunci