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“Chi conosce il calcio e lo vive giorno dopo giorno sa cosa succede. In alcuni casi si dice meglio due feriti che un morto”. Per questa frase il portiere della nazionale  Gianluigi Buffon, potrebbe essere interrogato dalle procure che indagano sul calcio scommesse. Non si sa se sia un’indiscrezione (invenzione?) giornalistica o se sia vero.

Speriamo di no. Perché Buffon ha detto una banalità: ovvero, che in certi casi, ad un certo punto della stagione, senza neppure bisogno di mettersi d’accordo “nero su bianco”, certe partite finiscono senza “morti”. E come se avesse detto: “è meglio un punto che niente” o “è meglio un pareggio che una sconfitta”. Lo interroghiamo per questo?

E’ una banalità anche dire che scommettere sul risultato di una partita – e magari contro la propria squadra – non è la stessa cosa che un tacito patto di non belligeranza per “non farsi troppo male e muovere la classifica”. A meno di non mettere sullo stesso piano un omicidio e un’infrazione stradale.

Il mondo del calcio e dello sport in genere ha bisogno di aria pulita. Indaghino i magistrati, facciano chiarezza. E raccontino i giornalisti. Se serve fermiamo i campionati, come ha detto Monti; io l’avrei fatto, dopo l’incredibile episodio di Genoa-Siena, “fermata” da quattro ultras.

Ma il rischio che a fare di tutt’erba un fascio si finisce per dare una mano a chi dice “tutti colpevoli, nessun colpevole” è alto.

Non trasformiamo un’indagine che potrebbe essere una bella ramazzata allo sporco che c’é nel mondo del calcio in una colossale buffonata.

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Domenica sera, prima della finale di Coppa Italia, durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli sono partiti una considerevole mole di fischi dalla curva dov’erano stipati i tifosi del Napoli. Non era avvenuto – non in queste dimensioni – neppure a Bergamo durante i “bei tempi” della Lega ladrona.

C’è chi, come il sindaco di Napoli, se l’è cavata dicendo che “qualche imbecille si trova dappertutto”. Intanto, a giudicare dal rumore, gli imbecilli erano più d’uno. E comunque, fischiare un inno nazionale già è una cosa sgradevole; fischiare il proprio è incomprensibile.

Lo si dimentica spesso: quella canzone l’ha scritta un ventenne che assieme a tanti altri ventenni come lui si è messo in testa un’idea meravigliosa, fare del posto in cui viveva – che era “straniero”, perché governato da stranieri – una nazione, uno Stato, una casa. La sua casa. E per questo non ha brontolato o fischiato durante un concerto o un evento mondano. Ma ha sacrificato la sua vita.

L’Italia non sarà un granché, ma è la nostra casa. E se è ridotta male, a nord come a sud, non è solo colpa degli “altri” (politici, giornali, dirigenti d’azienda o vicini di casa). E’ anche colpa nostra. Se la si vuole cambiare, cosa buona e giusta, non lo si fa certo prendendola a sputi in faccia.

E a questi imbecilli che sputano sul piatto (dove anch’essi mangiano, talvolta anche abbondantemente) con la scusa che tutto va male una sola cosa andrebbe detta: rimboccatevi le mani, e datevi da fare per il vostro Paese.

Oppure, andatevene affa.

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Federico c’era, l’altra sera allo Juventus Stadium. Assieme ad Alex, suo figlio, a festeggiare lo scudetto ritrovato, con la gioia negli occhi e il sorriso nel cuore. Federico c’era anche all’Heysel, quella sera di tanti anni fa, assieme a suo padre e a suo zio, a veder morire la gente per una partita di calcio. Da allora ha capito che lo sport è gioia negli occhi, sorriso nel cuore e rispetto per tutti, e niente violenza. E questo ha insegnato ad Alex, felice dentro lo stadio a cantare per la vittoria.

Federico c’era, mentre un mare di gente sventolava le bandiere bianconere sotto il cielo di Torino l’altra sera. Assieme ad Alex, che cantava a squarciagola “C’è solo un capitano”, con la gioia negli occhi e il sorriso nel cuore di un bimbo a cui il papà ha insegnato il rispetto per tutti e niente violenza. E si è stranito quando, a Piazza Castello, davanti a un negozio ha visto la polizia schierata.

Non sa Alex che quello è il Granata store, il negozio ufficiale di gadget e magliette del Toro, l’altra squadra cittadina. E che domenica scorsa, dopo Cagliari-Juve, qualcuno che si è autodefinito tifoso lo ha assaltato e danneggiato, in nome della festa per lo scudetto ritrovato. E stavolta, per evitare il peggio, si è preferito farlo presidiare dalla Polizia.

Federico, che è amico di quel negoziante, non ha avuto il coraggio di dirglielo. Perché il calcio, lo sport, per un bimbo che cresce dev’essere solo gioia negli occhi e sorriso nel cuore. Glielo spiegò il suo papà, il nonno di Alex, in quella sera di maggio all’Heysel, tra morti calpestati con le sciarpe bianconere.

Una cosa semplice. Purtroppo, per qualcuno sembra davvero difficile da capire.

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Una partita di calcio viene sospesa perché un gruppo di “tifosi” del Genoa protesta. Hanno detto “per la delusione – più che la rabbia – e “soprattutto la preoccupazione di finire in B, come la Sampdoria”, la rivale cittadina. Accade, in Italia.

Qualche milione di persone – operai, impiegati, imprenditori – ha paura di perdere il lavoro, qualche altro milione di persone – giovani e donne soprattutto – è così scoraggiato da aver proprio smesso di cercarlo un lavoro. Accade, in Italia.

E’ davvero consolante che in un Paese alle prese con noiose questioni come il lavoro che non c’è, lo spread che sale e altre rotture ci sia ancora qualcuno disposto a far casino “per la preoccupazione di finire in serie B, come la Sampdoria”.

Hanno detto che si è toccato il punto di non ritorno, ma non è vero. Basta pensare che l’hanno già detto tante volte, in Italia. E non è mai accaduto nulla. Al massimo tre colonne in cronaca, e poi via, verso nuove avventure.

Ci sono molti modi per retrocedere in serie B. L’Italia si sta impegnando a fondo per farlo nel modo peggiore.

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Vittorio Esposito è un attaccante del Termoli, società dell’eccellenza. Ha un passato nelle giovanili della Juventus. Durante il quarto di finale della Coppa Italia dilettanti, disputato contro la Torres di Sassari, ha deliberatamente sbagliato un calcio di rigore assegnato dall’arbitro. Un rigore che non c’era, e per il quale la squadra ospite aveva vivacemente protestato.

Non si sa perché l’abbia fatto. Forse perché i suoi avversari erano furiosi, tanto che il poriere avversario se ne stava visotsamente a braccia conserte per protesta. O forse perché il rigore era di fatto ininfluente: la sua squadra vinceva 1 a 0, dopo aver pareggiato 2 a 2 a Sassari, e il tempo era quasi scaduto.Forse perché è una partita di dilettanti, e non sono in ballo cifre miliardarie.

Va un po’ a sapere. Però, piace pensare che l’abbia fatto semplicemente perchè gli è sembrato giusto. E non è poco, in un mondo dove la parola “giustizia” viene spesso svuotata di senso, nel calcio come nel resto, dove essere onesto significa essere fesso. Dove per vincere – nel calcio come nel resto, per piccoli come per grandi traguardi – si è disposti a barare, simulare, approfittare delle sviste o delle sfortune altrui.

Vittorio ha preferito correre il rischio di passare per fesso. Come dice De Gregori: Non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si giudica un giocatore.

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Milan Juve è stata una brutta partita; combattuta, intensa, ma brutta. Arsenal Tottenham è stata una partita combattuta e intensa; e molto bella. Nei fiumi di parole versati prima, durante e dopo la partita – e che si verseranno fino a giugno, visto tutto quello che è capitato – nessuno sembra essersene accorto. Nessuno che dica che Conte ha sbagliato la formazione, o che Allegri abbia sbagliato i cambi. Che si sono viste meno azioni degne di essere ricordate di una partita Scapoli-Ammogliati. Che la montagna di inviati, servizi, telecamere, ha partorito un topolino di cose da ricordare dal punto di vista dello spettacolo calcistico.

No, è molto meglio “consolarsi” con le macroscopiche sviste di Tagliavento e dei suoi guardalinee. Vomitarsi addosso insulti e polemiche su favori arbitrali, come se non si sapesse che le uniche con l’eventuale “diritto” di lamentarsi degli arbitri sarebbero squadre come Lecce, Parma, Cesena, insomma, le “piccole”. Invece tutti lì ad applaudire Galliani che si lamenta delgi arbitri (un po’ come Berlusconi che si lamenta di aver contro le tv) oppure Agnelli che tuona contro il “sistema” (un po’ come Marchionne che accusa gli operai se la Fiat non vende più automobili).

Tra l’altro, parlare di campionato “falsato” per un errore arbitrale, nel paese dove gli scandali che hanno coinvolto più volte squadre di calcio, anche di serie A, comprese le due di ieri sera (negli anni ’80 fu il Milan, con Calciopoli la Juventus) sono stati così tanti da non poter essere ricordati, fa proprio sorridere.

Meno male che anche questa passerà. E che continueremo ad illuderci che il problema del calcio italiano sia un gol non visto, o uno ingiustamente annullato. Un po’ come illudersi che la nostra crisi sia colpa della Merkel, della Cina, degli speculatori. Meglio pensare che un rigore sia negato per chissà quale complotto, non semplicemente perché in Italia anche gli arbitri, come il resto del Paese, sono mediocri.

Per vedere belle partite di calcio, per fortuna, ci sono i campionati stranieri.

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Chissà com’è andata a L’Aquila, in questi giorni di neve. Dopo il terremoto, le promesse, le luci della ribalta televisiva, la sfilata dei grandi della terra, i giochi di prestigio. E poi il silenzio assordante. Purtroppo, siamo stati facili profeti. Eccola qui: a tre anni dal sisma, quello che avrebbe dovuto essere il più grande cantiere d’Europa è un sito semi abbandonato, puntellato, transennato e coperto dalla neve.

Molta gente vive ancora nelle C.A.S.E., nei MAP o in albergo, proprio come allora: secondo i dati del Piano per la ricostruzione de L’Aquila, presentato dal Comune solo pochi giorni fa, gli Aquilani alloggiati fuori dalle proprie abitazioni sono ancora 28 mila (prima del terremoto L’Aquila aveva poco più di 72 mila abitanti). E gli abruzzesi ancora fuori dalle loro case in tutta la zona sismica sono 34mila 670.

Il Piano stima che per ricostruire L’Aquila serviranno 5 miliari in tutto, 3 e mezzo per rifare il centro storico, 1 e mezzo per le 49 frazioni. Una cifra che in questi tempi di ristrettezze, di tagli, di sacrifici, dopo le magiche promesse da marinaio di Berlusconi, Bertolaso e Tremonti, fa tremare i polsi. Per fortuna che a Roma c’è il Parlamento; e i partiti, che sgomitano per la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 e sbraitano perché il governo dice no, perché abbiamo altri problemi.

A L’Aquila intanto fa freddo, e la neve che fatica a sciogliersi imbianca i ponteggi e le transenne.

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Una storia a lieto fine, quella del capitano del Parma Morrone, che ha lasciato precipitosamente domenica lo stadio di Bologna, dove si stava svolgendo una partita del campionato di serie A, per correre all’ospedale di Parma, dove suo figlio di 6 mesi era ricoverato per gravi problemi respiratori.

Il piccolo ora sta bene, per fortuna. E i media hanno largamente lodato il gesto della dirigenza parmense, dell’allenatore Roberto Donadoni, dell’arbitro Bergonzi, che hanno avvisato il giocatore e gli hanno “permesso” di abbandonare la partita – sostituito da un collega – e di correre all’ospedale. Titoli che hanno esaltato il fatto che stavolta “lo show si è fermato”, o che esiste un “lato umano del calcio”.

Una storia a lieto fine, dove – come spesso accade di leggere in questi ultimi tempi – quello che sembra solo un normalissimo comportamento “umano” – come consentire ad un padre al lavoro di correre al capezzale di suo figlio in pericolo di vita – diviene un gesto mirabile, una vicenda edificante un esempio da imitare.

Siamo talmente abituati alla disumanità del mondo, che un semplicissimo gesto umano ci fa commuovere. Non dobbiamo esser messi tanto bene.

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Francesco Guidolin, allenatore dell’Udinese, alla fine dell’ultima partita di campionato con la Juve ha detto: “non è umano giocare tre partite in 5 giorni e 21 ore, e sempre al freddo”, per giustificare la prova non particolarmente brillante della sua squadra.

Piero Scardini fa il muratore. Sta lavorando alla ristrutturazione con piccolo ampliamento di una casa. Arriva tutte le mattine alle 8, lavora fino alle cinque del pomeriggio per cinque giorni alla settimana. Anche in questa settimana, con le temperature attorno allo zero.

 Chissà come definirebbe Guidolin la vita di Piero.

Il sole batte sul prato dell’asilo di Moraleja de Enmedio, a Madrid. Leonel Angel Coira, sette anni ma sembra un uomo, corre dietro ad un pallone: adora “Meter un caño”, piazzare un tunnel e fare una “asistencia”, un assist.

Il sole picchia sul prato dell’asilo. Leonel sorride. Dal 6 settembre giocherà nei pulcini dei “blancos”, il Real Madrid. Ingaggiato di corsa, perché è una “grande promessa”. Se il ragazzo si farà giocherà in prima squadra nel 2021, quando avrà l’età.

Il sole accarezza il prato dove Leonel e tutti i ragazzi della leva calcistica del 2004 corrono dietro un pallone, verso l’orizzonte infinito. Sognano di essere i Cristiano Ronaldo o i Leonel Messi di domani. Il sole forse scalderà i loro sogni, o forse diventeranno solo tanti mediani tristi che non hanno vinto mai, giocatori che attraversano anonimi i campi della vita.

Il sole splende su un mondo frettoloso fatto di padri-allenatori in cerca di gloria, team-manager in cerca di colpi, giornalisti in cerca di scoop estivi, spinge a crescere troppo in fretta quelli della leva calcistica del 2004.

Dimenticando che il sole sta solo illuminando Leonel e gli altri bambini, che corrono felici dietro a un pallone con il cuore in gola. Il futuro – glorioso o anonimo che sia – può attendere.

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