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F. ha 67 anni ed ha scoperto di avere un brutto tumore alla prostata. Si è recato nel policlinico della sua città, e non gli hanno dato speranze: non vale la pena di operare, un po’ di radioterapia per andare avanti, 4 anni; se va bene, forse un po’ di più.

F è andato nell’ospedale di un’altra città. Gli hanno detto che è un brutto tumore, che necessita di un intervento complesso e difficile, con una degenza lunghissima: almeno 40 giorni immobile. Ha provato ad andare nella capitale, dove ci sono ospedali all’avanguardia e medici più bravi, ma il responso è stato lo stesso.

F. non si è arreso. Ha chiesto un appuntamento nell’Istituto europeo di oncologia di Milano, quello di Umberto Veronesi, sempre nell’ambito del Servizio Sanitario nazionale. Lo hanno visitato, seguito, operato. Dopo tre giorni è andato a casa, dopo una settimana è tornato al lavoro. Il suo decorso è normale, farà i controlli periodici, non dovrebbe avere problemi.

Una storia di ordinaria sanità italiana che tra l’altro è mediamente ottima, lo dice l’Ocse. Una storia esemplare, che fa male al cuore e fa pensare. Adesso va di moda tagliare la spesa, anche in sanità. Non sappiamo quanto costa al sistema sanitario il reparto dell’ospedale della città di F. e  quanto quello dell’Istituto oncologico di Milano.

Ma sappiamo di sicuro quale taglierebbe F., se fosse il ministro della Sanità.

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Secondo l’Ocse in Italia per la sanità si spende meno della media dei paesi ricchi, meno di Francia e Germania e molto meno degli USA; che si calcoli la spesa in rapporto al Pil o per abitante. E sempre secondo l’Ocse, la nostra Sanità è persino migliore della media nella capacità di curare la salute dei cittadini.

Eppure, non passa giorno che non si senta parlare di casi di malasanità, di sprechi nel settore sanitario, di deficit nei conti di diverse regioni. E spunta qualcuno che dice o scrive che bisogna tagliare ancora risorse al sistema sanitario, cosa che il governo Berlusconi ha già fatto abbondantemente. E pare che il Monti voglia fare altrettanto, scatenando le ire dei Presidenti delle Regioni.

Tutti pazzi per la sanità? Qualcosa non torna: dipenderà dalla bizzarrie della statistica, scienza che fa venire in mente sempre il “mezzo pollo” di Trilussa. O dall’italico vizio di sparare nel mucchio, senza preoccuparsi mai delle evidenze e dei fatti. O dal fatto che gli sprechi sono in tutto il mondo, ma questo non è un buon motivo per non ridurli da noi. O forse è che siamo semplicemente fatti così.

Incazzati se entriamo in ospedale e non ci sono subito tre medici e due infermieri a nostra disposizione, ma anche contro i fannulloni imboscati che lavorano in ospedali. Pronti a firmare petizioni per salvare il punto nascita del nostro paesello (dove ci sono più medici che nascituri) ma anche a protestare per l’eccesso di posti letto negli ospedali della nostra regione.

Fare pace con il cervello non guasterebbe. E non solo in sanità.

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Il ministro della salute, Renato Balduzzi, ha proposto di modificare il sistema di cura dei bambini italiani. In soldoni, fino a 7 anni sarebbero curati dal pediatra, mentre dopo dovrebbero passare al medico di famiglia. I pediatri sono in rivolta. E già si parla di un governo che “abbandonerebbe i bambini”, sostenendo anzi che i pediatri in Italia sarebbero pochi.

Le statistiche dicono che in Italia ci sono oltre 14 mila pediatri per 8 milioni di bambini, in Germania ce ne sono meno di 7 mila per 12 milioni, in Gran Bretagna meno di 5 mila per 9 milioni. L’organizzazione dell’assistenza sanitaria di base in Europa oscilla tra varie forme (solo pediatra, solo medico generico, mista), ma solo nel 18% dei paesi europei la cura di base dei bambini dopo i 7 anni è affidata esclusivamente ad un pediatra. E in quei Paesi la salute dei bambini è tutelata come da noi.

Attenzione: questo non significa che il nostro sistema sia per forza peggiore di quello tedesco e inglese. Ma il problema è un altro: il solito – italianissimo – modo di affrontare qualsiasi questione è di urlare a difesa di un interesse generale (quello della salute infantile lo è di sicuro) per mascherare una più modesta difesa – legittima – di una categoria.

Così, il dibattito – che dovrebbe essere sereno e scientifico – sull’organizzazione del sistema sanitario per le cure dell’infanzia finisce in caciara, tralasciando le questioni vere (popolazione infantile attuale e futura, efficacia assitenziale nel territorio o in ospedale, distribuzione dei pediatri nelle regioni, ecc…) e trasformandosi in una guerra santa. Dalla fine purtroppo prevedibile: una marcia indietro, al grido “aridatece er pediatra” di mamme e papà inferociti.

Già si sentono, basta aprire la finestra.

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Dal primo marzo in Lombardia i cittadini conosceranno per ogni esame, visita medica e ricovero quanto il servizio sanitario spende per curarli: ci sarà l’obbligo di scriverlo sul referto o lettera di dimissioni. Renato, malato d’appendicite, saprà che la sua operazione è costata quasi 1.700 euro. Lucia, colpita da polmonite scoprirà che il suo ricovero è costato 3.300 euro.

Giovanni, che ha subito un bypass coronarico sarà informato che per sistemarlo sono serviti 22.380 euro. Rita, saprà che la sua Tac è costata 500 euro, e sarà sollevata di averne pagati “appena” 66 di Ticket. Si pensa così di informare e responsabilizzare cittadini e medici sul costo effettivo delle prestazioni, evitando esami o terapie non necessarie, o se non altro prevenendo lamentele per i ticket troppo alti.

Un’idea interessante, da estendere a tutti i settori della vita. Ad esempio, indicare nel suo stipendio il costo di un manager incompetente, nella scheda professionale il costo di un medico o un avvocato scadente, in fondo ai suoi articoli il costo di un giornalista mentecatto, sulla porta dello studio o del negozio il costo di un evasore incallito.

La domanda è: dove segnalare il costo per la collettività di un politico incapace? Si accettano suggerimenti.

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Alla clinica Lattieri di Palermo, si risparmiava sul “Tad”, farmaco destinato ai malati di tumore. “Son soldi buttati, tanto devono morire”. Grande indignazione popolare, articoloni sui media. La sanità pubblica ha molti sprechi; per risolvere il problema indignazione popolare e articoloni sui media dicono: privatizzate! La Lattieri è una clinica privata convenzionata con il Sistema Sanitario regionale.

Pare che la vicenda sia iniziata quando la Regione Siciliana, in grave deficit dei conti sanitari, pressata dallo Stato, ha varato provvedimenti antideficit, tagliando tra l’altro i rimborsi per le prestazioni erogate. Ad esempio, il rimborso per il “Tad” (farmaco che costa 250 euro) fu abbassato a 100 euro. E così la Lattieri non rientrava con i costi, e si è “arrangiata”.

Nell’ultima manovra finanziaria il governo ha tagliato i fondi per la sanità di qualche miliardo di euro (sui poco più di 100 annui). Le Regioni hanno protestato, ma non si è sentita alcuna indignazione popolare, corteo, articoli sui media. Forse, taglia oggi taglia domani, casi come quello della Lattieri si potrebbero moltiplicare. E di tagli si potrebbe anche morire.

Forse, oltre che indignarsi, il popolo dovrebbe cominciare a pensare. E i giornali, anziché sparare articoloni, dovrebbero cominciare ad informare.

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Nel “miracolo”, come il Presidente Napolitano ha chiamato la manovra finanziaria approvata in quattro e quattr’otto dal Parlamento con la pistola puntata alla tempia dai “mercati”, c’è una norma – tra le tante – che fa discutere: l’introduzione dei ticket da 10 euro sulle ricette per le prestazioni di specialistica ambulatoriale.

Dicono: sarà odioso, ma farà entrare un po’ di soldi nelle casse dello Stato, o almeno ridurrà le richieste di analisi “inutili”, diminuendo la spesa sanitaria. Mah. Molti  esperti dicono che l’effetto più importante del ticket, per molti esami di laboratorio più semplici e più diffusi, tipo un’analisi del sangue o una radiografia, sarà un altro: costerà meno farsi quell’analisi presso un laboratorio privato, anziché recarsi alla propria Asl o agli ambulatori dell’Ospedale.

Qualche maligno dice che è un bel sistema per “spingere” molti italiani – e neppure i più ricchi – a rivolgersi sempre più spesso alla sanità privata, mandando pian piano in malora la sanità pubblica. Davvero, un bel “miracolo”.

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Giuseppe Marletta, architetto di Catania, un anno fa si reca all’Ospedale Garibaldi per un banale intervento ad un dente. Finisce in coma, e da un anno vive in stato vegetativo. Sua moglie Irene Sampognaro, insegnante, denuncia “l’abbandono dello Stato”: inchiesta giudiziaria a rilento, nessun provvedimento dell’ospedale. E deve pure pagare per l’assistenza al marito in un centro specializzato.

Irene vuole giustizia. Irene vuole che Giuseppe sia curato, oppure portare suo marito all’estero per praticargli l’eutanasia: porre fine alla sua non-esistenza, perché quella di Giuseppe non è più vita vera, perché amore non è veder vegetare chi si ama. Ad uno Stato che si proclama difensore della vita, Irene è costretta ad urlare solo per avere un po’ di attenzione.

Irene non è un eroina, non è una santa, non è una pazza. E’ semplicemente una donna innamorata, costretta a urlare una scomodissima verità per chiedere giustizia, cura e – se necessario – pace per il suo uomo allo Stato.

Urlare per chiedere allo Stato di essere uno Stato. Succede in Italia, nell’anno 2011.

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Soffrire fa male. Per gran parte delle persone, il vero problema di una malattia non è la malattia in sé, ma il dolore che essa porta con sé. Il dolore è un sintomo, certo. E i medici concentrano le loro attenzioni soprattutto sul curare la causa delle patologie. Eppure, esiste un bisogno assoluto, da parte di coloro che affrontano un percorso medico terapiadolore Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitarioqualsiasi: Eliminare tutto il dolore evitabile. In tutto il decorso della malattia. E soprattutto quando la malattia che non risponde più a trattamenti specifici. Per questo essite la terapia del dolore, e per questo esistono le cure palliative. Di cui poco si parla, anche negli ambienti medico scientifici.

IL DOLORE EVITABILE – Il controllo del dolore, di altri sintomi e degli aspetti psicologici, sociali e spirituali è fondamentale. Le cure palliative servono a garantire la miglior qualità di vita possibile per le persone affette da patologie gravi – e spesso, purtroppo, fatali – e per le loro famiglie. Interventi medici da somministrare sia nel decorso della malattia, in aggiunta al trattamento medico “curativo”, sia durante l’ultima fase della vita quando ormai non c’è più nulla da fare. Un problema che, seppur spesso ignorato per una sorta di incomprensibile tabù, riguarda molte persone. Anzi, secondo il dossier che il British Medical Journal ha pubblicato recentemente, sarà questo il tema centrale nelle agende delle principali economie del mondo nel prossimo futuro: le persone interessate saranno entro il 2030 più di 74 milioni, ben oltre l’intera popolazione italiana.

TERAPIE IGNORATE – Perché la vita media si allunga, crescono le patologie correlate all’età – tumori inclusi – e le cure palliative dovrebbero essere una delle strategie mediche centrali. Invece, poco se ne sa e poco se ne parla. Anche tra gli addetti ai lavori. Secondo la Worldwide Palliative Care Alliance, nel mondo “meno dell’8% di coloro che ne avrebbero bisogno riesce ad accedere alle cure palliative e all’assistenza medica“, che sia quella svolta nelle strutture dedicate (gli hospice) oppure quella domiciliare. Eppure le terapie anti dolore o le cure palliative servono. Uno studio pubblicato da The New England Journal of Medicine, che ha avuto vasta eco sulla stampa USA, mostra che i pazienti che ricevono anche un trattamento palliativistico, sin dall’inizio della diagnosi di malattia, conducono una vita più felice, meno soggetta a crisi depressive, e hanno una aspettativa di vita che va dai 2 ai 7 mesi in più rispetto agli altri pazienti curati solo con i soli trattamenti specifici medici.

RICCHI E POVERI, STESSA IGNORANZA – Il tema è ignorato non solo nei paesi poveri, ma anche in quelli più ricchi. Il centro studi the Economist Intelligence Unit ha condotto una ricerca per elaborare un indice utile a misurare la capacità di fornire assistenza di fine vita: una quarantina di Paesi è stata valutata attraverso 24 indicatori e l’ausilio di sociologi, economisti, medici e specialisti in cure palliative. La Gran Bretagna è il Paese in cui viene erogata la migliore assistenza, mentre l’Italia si piazza solo ventiquattresima, accanto a Danimarca, Giappone. Sotto accusa, soprattutto le politiche contraddittorie e l’accesso discontinuo alle terapie antidolore. “In Italia lo sviluppo delle cure palliative ha avuto una storia discontinua  Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitariocon una mancanza di coordinamento e fino a tempi recenti un accesso inadeguato ai farmaci oppiacei” ha commentato David Clark, dell’università di Glasgow e fondatore dell’International Observatory on End of Life Care, l’osservatorio internazionale sull’assistenza di fine vita.

ITALIA FANALINO DI CODA – E’ vero: in Italia – forse anche per un antico retaggio di dichiarata vocazione al martirio – il problema è quasi ignorato. Eppure è un fenomeno rilevante: si tratta di circa 250 mila persone all’anno, di cui 160 mila malate di cancro e 90 mila affetti dalle malattie cronico degenerative. Una categoria, quest’ultima, che come si è già detto è destinata a crescere, per via del continuo invecchiamento della popolazione. Inoltre, in media 11 mila bambini (da 7.500 a 15.000) all’anno con malattia inguaribile e/o terminale (1/3 oncologica-2/3 non oncologica), hanno necessità di cure palliative pediatriche. Eppure, i medici per primi si disinteressano di questa branca della scienza medica, già quando sono semplici studenti universitari. Secondo uno studio condotto dell’ANTEA Associazione, dal 2004 al 2009 su un campione rappresentativo di studenti della regione Lazio, solo il 3,8% degli studenti di discipline sanitarie ha seguito un corso in Cure palliative, il 36% degli studenti non ha mai sentito parlare di Cure palliative e il 29% ne ha ricevuto solo una vaga nozione. E questo, nonostante ben il 76% degli studenti di discipline sanitarie durante i propri studi ha affrontato esperienze di dolore e di lutto.

COSA SI STA FACENDO – La totale negazione del problema è stata sanata di recente dal legislatore, con la legge 15 marzo 2010, n. 38. Una legge che per la prima volta in Italia si occupa di tutelare e garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza. Ad esempio, per la prima volta nella cartella clinica vanno riportate caratteristiche del dolore rilevato e la sua evoluzione, le terapie adottate e i risultati conseguiti. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. E’ stata inoltre semplificata la complessa –alg hospice albronda Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitario provare per chiedere a chiunque, e sono molti, ha dovuto passarci negli ultimi anni – la prescrizione dei farmaci oppiacei non iniettabili, che prima era soggetta a procedure complicate ed ora passa per la normale ricetta medica del medico di famiglia. Passi avanti, ma ancora troppo poco. Sul versante del personale dedicato – di cui va prevista un’adeguata formazione – e dell’assistenza ai malati, sia nelle apposite strutture (gli hospice) sia nella assistenza domiciliare, molto resta purtroppo da fare. Secondo il Libro Bianco degli hospice ad aprile 2010 erano solo 175 le strutture residenziali attive in tutta Italia, con un forte squilibrio – manco a dirlo – tra nord e sud. Anche l’assistenza domiciliare, di cui è in corso di definizione una mappatura promossa anche dal Ministero della Sanità, presenta ancora delle disparità tra regioni.

UNA CORSA AD OSTACOLI – Con una battuta potremmo dire che siamo ancora ai semplici palliativi per un problema molto grande e molto complesso, che incide nella carne viva del Paese, molto più dei dibattiti sulla casa di Montecarlo. Un problema che richiede prima di tutto una maggiore consapevolezza dei medici e degli operatori sanitari, e poi un investimento finanziario ed organizzativo da parte del sistema sanitario nazionale. Invece restano molti ostacoli. Il primo è frutto anche di un tabù culturale: in occidente la morte è stata “rimossa” medicalizzandola, è importante curare per guarire, non per far star meglio. In Italia poi, i retaggi di pregiudizi “religiosi” mal interpretati fanno il resto: il dolore viene visto addirittura come una sorta di passaporto per la salvezza. Un approccio superficiale fa confondere l’eutanasia con le terapie di sostegno e di accompagnamento verso la fine della vita e anche con la terapia del dolore vera e propria. Un’ignoranza che condiziona persino la facilità di accesso e la disponibilità di farmaci per controllare il dolore, questione “pratica” ma sostanziale.

TANTA STRADA DA FARE – Invece basterebbe capire che investire sulle cure palliative conviene. Un aumento dell’assistenza domiciliare e in hospice potrebbe ridurre il numero dei ricoveri ospedalieri e degli accessi al Pronto soccorso non giustificabili. In aderenza ad un principio sanitario spesso disatteso, quello dell’appropriatezza della risposta sanitaria, che porta al tempo stesso ad un minor disagio per le persone e ad un minor aggravio per le strutture sanitarie. Ci vuole coraggio a morire ed anche ad affrontare il dolore. E quando “non c’é più niente da fare, c’é ancora tanto da fare“. Potrebbe essere fatto molto meglio. Non si capisce perché il sistema sanitario, anziché venire incontro ai bisogni dei suoi cittadini, debba mettere degli ostacoli. In nome di tabù e pregiudizi stupidi, oltre che crudeli.

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I due medici di Messina, quelli della lite in sala parto. Pensi che può succedere. A chi non capita di avere colleghi che ti stanno sulle balle? Certo, ma per un medico dovrebbe essere diverso. Ma la cosa che lascia più perplessi, non è il vergognoso litigio davanti ad una donna che sta per partorire. E neppure le disastrose conseguenze, anche perché andrà accertato che tra le due cose ci sia un nesso. Senza dimenticare che c’è un bambino la cui vita potrebbe essere stata gravemente compromessa dall’emoragia della madre.

Ma, anche ammettendo che la lite non c’entri nulla con la tragedia successiva quello che proprio non si capisce è il continuare a polemizzare tra loro, attraverso i giornali, anche adesso, a freddo.  Dopo che il fatto è accaduto. Qualunque sia la vostra responsabilità, ma non vi sembra sia il caso di tacere e di interrogarvi sulla vostra etica, sulla vostra deontologia, sulla vostra umanità?

Ippocrate si rivolterebbe nella tomba. E anche noi, pure se siamo vivi.

Buon tutto!

Ci mancava pure questa. Ferruccio Fazio, ministro della Salute, punta il dito contro le cravatte, definite la maggiore fonte di infezione presente nel corpo di un uomo. Il pericolo numero uno per la salute non sono dunque inquinamento, cancro o infarto. Ma la cravatta. Pericolosità scientificamente dimostrata, dice il ministro in giacca e cravatta, tanto che in Inghilterra ne hanno proibito l’uso nelle corsie degli ospedali. Perché su di essa si accumulano virus e batteri, provocando infezioni pericolose e mortali.

Che negli ospedali spesso si muore d’infezione è vero. Solo in Italia si parla di circa 6-7 mila persone. Giusto che un ministro se ne preoccupi. Però per gli esperti la causa principale sono i medici che dimenticano di lavarsi le mani. E anche il telefonino che tutti si portano appresso. Per non parlare dell’igiene precaria nei bagni, nelle corsie, nelle cucine. Senza contare che ci sono reparti e reparti: un conto sono le normali corsie, un conto sale operatorie, rianimazioni, reparti oncologici, neonatologie. Tutto dimenticato dal solerte Fazio nella sua crociata estiva contro la cravatta. Crociata che si limita alle dichiarazioni, tra l’altro. Non ha intenzione di prendere provvedimenti: basta la denuncia.

E’ lo stesso Ferruccio Fazio che ha il grande merito di aver fatto buttare milioni e milioni di euro per un’inutile campagna di vaccinazione contro il virus “mediatico” dell’influenza A, spacciato per la nuova peste del secolo. Quello che nella questione sanità lascia parlare solo Tremonti, noto esperto della materia. Ferruccio Fazio, allineato e coperto con la vera cifra di questo governo: guardare la pagliuzza e non il pagliaro, occuparsi dei dettagli insignificanti a colpi di dichiarazioni ai confini della scemenza per nascondere le magagne e i veri problemi.

Ragionare di politica sanitaria, dello sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica in materia sanitaria, di garantire a tutti l’equità del sistema, la qualità, l’efficienza e la trasparenza, di stimolare l’innovazione e di tutte le questioni che sono di competenza del ministro non è il caso. Meglio abbaiare alla luna contro le cravatte.

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