Stai visualizzando l'archivio dei tag per il tag ‘libertà’ .

Il 20 settembre 1958 vennero chiusi definitivamente i bordelli, o se si preferisce le “case chiuse”, introducendo nell’ordinamento italiano il reato di sfruttamento della prostituzione. Era l’effetto della cosiddetta “Legge Merlin”, la senatrice che, assieme a Carla Voltolina – moglie del futuro presidente Sandro Pertini – si era battuta contro la prostituzione legalizzata, anche grazie ad un bellissimo libro, “Lettere dalle case chiuse”, che descriveva – grazie alle lettere scritte dalle stesse prostitute – lo squallore dei bordelli italiani.

Era più di 50 anni fa; ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma la prostituzione e il suo sfruttamento non solo non sono scomparsi ma lambiscono pesantemente il cuore dello Stato e del governo, con un diluvio di sms e di intercettazioni telefoniche. Leggere questi sms e queste intercettazioni, confrontandoli con quelle lettere ingenue e sgrammaticate di un passato non tanto lontano fa davvero male al cuore.

La nostra Costituzione, all’art.1, recita che “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. La Costituzione materiale di Via dell’Olgettina e dintorni lo ha riscritto: “L’Italia è una repubblica fondata sul meretricio”.

Pubblicato su Giornalettismo

Il vento accarezza i palazzi e fa a corse con i treni che arrivano a Brignole. Si sente il brusio lontano del traffico che va verso il centro. Sembra quasi di sentire l’odore del mare. La piazza è piccola e silenziosa. Non c’è nessuno, solo un’anziana signora affacciata ad una finestra che guarda e scuote la testa.

Sembra di vedere, in mezzo alla piazza, un corpo sdraiato, come in croce. E’ solo un riflesso del sole, eppure sembra proprio il corpo di un ragazzo. Un ragazzo ucciso, morto troppo presto. Ucciso da un altro ragazzo in divisa, in circostanze che – come sempre avviene in questi casi – non sono state mai del tutto chiarite.

Eppure, è tutto così chiaro. C’è un ragazzo che non doveva essere lì, che doveva andare al mare, e invece è voluto andare a lottare contro l’ingiustizia ed è morto. Ucciso da un altro ragazzo, in divisa, che non voleva essere lì, che forse voleva andare al mare, e invece ha dovuto essere lì, mandato allo sbaraglio da gente incompetente o forse peggio, con la scusa di difendere “l’ordine pubblico”.

Sembra di vedere quel ragazzo. In croce, steso in mezzo a Piazza Alimonda, a un passo dai treni che ignari arrivano alla stazione.

 

Genova silenziosa piange quel ragazzo. Carlo Giuliani.

Pubblicato su Giornalettismo

E’ caldo, c’è un cielo plumbeo sui tetti di Roma. Mi chiamo Mario Donati e sto andando al lavoro, sono un sarto, ho un negozio vicino a Piazza dell’Esedra. Mi fermo all’edicola, compro il mio giornale, Il Giornale d’Italia. L’edicolante, di solito molto cordiale, non parla e resta serio, non mi chiede di mia moglie e dei bambini. La prima pagina, titola “Il fascismo e i problemi della razza.”. E’ il 15 luglio del 1938.

Leggo. Dieci grandi scienziati italiani, gente del mio Paese, quello dove sono nato, cresciuto, dove ho sorriso, pianto, amato e vissuto, hanno scritto “Il manifesto della razza”. Dice che le razze umane esistono davvero, che la razza è un concetto biologico e non culturale, che gli italiani sono di razza ariana, che sono una razza pura e non “infettata” da altri popoli e nazioni, e che bisogna fare tutto il possibile perché resti una razza pura. C’è scritto anche che gli ebrei non appartengono alla razza italiana.

Oddio. Io sono ebreo. Dunque, non sono italiano. Mia moglie però non era di religione ebraica. Lei sarebbe ariana, anche se non so cosa voglia dire. E Riccardo e Elena, i nostri figli, cosa saranno? Oddio, perché l’ortolano mi sta guardando con quella faccia? Che cosa ho io di diverso? Cosa ha da gridare quel tipo in camicia nera, davanti al mio negozio? Cosa sta succedendo, e cosa ne sarà di noi, domani.

Il manifesto sulla purezza della razza fu sottoscritto da 180 scienziati, 140 politici, giornalisti, ed intellettuali. Poche settimane dopo furono varate le prime leggi razziali: Ai “non ariani” fu impedita l’iscrizione a Università e scuole pubbliche, tolto il posto nei pubblici uffici, impedito il matrimonio “misto”. Seguirono poi per molti l’internamento e anche la deportazione. La shoah ci fu anche in Italia.

Ricordiamo che questo è stato, perché spesso facciamo persino finta che non sia mai accaduto. E ci sono molti imbecilli che potrebbero farlo succedere ancora.

Pubblicato su Giornalettismo

Un aereo vola nel cielo. E’ un Douglas Dc-9 della compagnia Itavia, volo IH870 partito da Bologna e diretto a Palermo. Arrivo previsto 21.13. Ma passano i minuti, le ore, e quell’aereo non arriva. In tanti lo aspettano, ma quell’aereo non arriverà mai. Quel volo si è spezzato, svanito nel cielo, portandosi con sé Cinzia, Alberto, Michele, Rosa, Emanuele, Antonio, Maria, Marianna, Costanzo e tanti altri. 81 vite, 13 bambini, spezzate per sempre. Senza un perché.

31 anni sono passati. Una lunga scia di bugie, mezze verità, misteri, morti sospette di testimoni, depistaggi, intrighi. Chissà se quell’aereo si sbriciolò da solo nel cielo italiano, se fu colpito da un missile o investito dall’onda d’urto di un altro aereo che gli volava accanto. Chissà se accadde perché fu scambiato per un altro aereo, se fu solo uno stupido gioco finito male, un atto deliberato, un avvertimento contro qualcuno, non si sa perché e non si sa fatto da chi.

Da allora un aereo vola nel vento, con quelle 81 vite spezzate. 81 luci intermittenti, al ritmo di quei respiri interrotti. 81 specchi neri che riflettono i visi di chi passa, perché ognuno di noi poteva essere su quell’aereo, quella sera, in quel pezzo di cielo italiano. E poi scarpe, pinne, boccagli, occhiali e vestiti, oggetti che raccontano la storia di quelle 81 vite svanite per sempre nel cielo di giugno.

C’é ancora chi aspetta testardamente che dal muro di gomma della strage di Ustica arrivi almeno una ragione, un perché. Perché quell’aereo possa infine atterrare, perché quelle vite possano finalmente riposare. Quelle vite che ci guardano. Se abbiamo ancora almeno una briciola di speranza di tornare ad essere un Paese civile, lo dobbiamo a loro. Perché lo dobbiamo a noi.

Pubblicato su Giornalettismo

Berlusconi rilancia sulle riforme, per tornare allo spirito della sua “rivoluzione liberale”, abbassando le tasse ed eliminando lacci e lacciuoli. Ma Tremonti, in nome della difesa dei conti pubblici, stavolta fa orecchie da mercante. Il Cavaliere avrebbe voluto sbarazzarsi del superministro “traditore”. Ma chi mettere al suo posto? Ci voleva un paladino della Libertà: qualcuno in sintonia con il suo programma, con notorietà internazionale, intraprendenza e pelo sullo stomaco.

Berlusconi un candidato l’aveva trovato. Un ex pescatore, proprietario del locale “Laguna da Toni” a Torcello, sulla Laguna di Venezia. Locale citato anche dal New York Times, proprietario che ha creato un’azienda di successo partendo dal nulla, solo un capanno da pescatore e una chiatta dismessa. E con molto pelo sullo stomaco, perché il suo business era tutto rigorosamente in nero: niente autorizzazioni amministrative né versamenti fiscali.

Tremonti, compreso il pericolo, non è stato con le mani in mano. Ha mandato la Guardia di Finanza, che non ha avuto pietà; e al resto ha pensato la magistratura “comunista”. Ora l’ex pescatore è indagato per esercizio abusivo dell’attività di ristorazione, evasione fiscale di 560 mila euro, trasporto di clienti non autorizzato, scarico abusivo delle acque reflue della sua attività, violazioni alle norme paesaggistiche ed edilizie.

 

In questo Paese la vita dei paladini della libertà è davvero difficile.

Pubblicato su Giornalettismo

Max Schneider, Gerhard Sommer, Max Milde. Nomi che certo dicono poco. Sono alcuni di una lista di 17 arzilli vecchietti (molti ottantenni, qualcuno centenario) che vivono tranquilli nelle loro comode case in Germania, con figli, nipoti e pronipoti. Ma non sono solo dei vecchietti. Sono 17 ufficiali e sottoufficiali tedeschi condannati per le stragi di Sant’Anna di Stazzema (560 vittime), Marzabotto (770 morti), Civitella Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio (244 morti), Branzolino e San Tomé (10 morti), Certosa di Farneta (oltre 60 morti) e Falzano di Cortona (16 civili trucidati).

17 criminali di guerra nazisti, condannati con sentenze definitive all’ergastolo che – come racconta il capo della procura militare di Roma, Marco De Paolis – non hanno fatto neppure un giorno di prigione. Perché i mandati di arresto europeo sono stati respinti dai governi tedeschi, che si sono anche rifiutati di far scontare loro la pena nelle carceri della Germania.

Si sa, il mondo è pieno di ingiustizie senza fine. E poi questi sono solo dei vecchietti, fantasmi di un passato lontano e che vorremmo dimenticare. E poi i problemi del presente e del futuro sono tanti. Già. Ma cosa potremo mai raccontare, all’uomo che verrà, se la civile Europa tollera che la civile Germania lasci impuniti eccidi come questi? Come non ascoltare il lamento lontano dei bambini, l’urlo nero delle madri che vanno incontro ai figli crocifissi sui pali del telegrafo?

 

Davvero le dita si fermano, bloccate sulla tastiera. E le penne, appese alle fronde dei salici, oscillano lievi al triste vento.

Pubblicato su Giornalettismo

Oggi luccica il mare sotto il cielo di Quarto, a Genova, ora come quella sera di 151 anni fa. L’odore del mare ti avvolge come il 5 maggio del 1860. Il rumore di fondo del traffico di chi va verso il centro non sembra poi così diverso dal vociare di quei più di mille giovani di vent’anni con addosso una camicia rossa di allora.

Sono in tanti, molti del nord, stipati in due vascelli, il “Piemonte” e il Lombardo”. Salpano verso sud, con gli occhi gonfi e il cuore in gola. Alcuni sognano un porto, ragazze, la gloria dopo la battaglia; alcuni forse un po’ di soldi, o solo un’avventura. Altri forse si sono messi in testa di “fare l’Italia”. Magari non hanno le idee chiare e ognuno ha in testa una sua idea d’Italia, che forse non è neppure questo granché. Ma salpano, sognano, vanno, anche se molti già temono che i sogni cadranno, anche se alcuni già tramano per tradire quei sogni. Già: quell’Italia che immaginavano resterà solo un bel sogno.

 

Oggi qui a Quarto uno stormo di gabbiani vola verso sud. Il mare luccica, il suo odore ti avvolge e in lontananza sembra di sentire sussurrare “Noi credevamo”: forse è solo il vento, forse un’eco lontana, un ricordo, un sogno irrealizzabile che continua. E quest’Italia tanto imperfetta forse non è poi tutta da buttare via.
Pubblicato su Giornalettismo

"La storia siamo noi", canta Francesco De Gregori. In questi giorni abbiamo letto alcune storie, forse piccole e poco conosciute. Sono storie che ci ricordano di persone, spesso ragazzini e ragazzine di 18-20 anni, che hanno lottato e spesso pagato con la vita per regalarci una libertà che troppo spesso oggi pensiamo scontata e dovuta. Giovani menti e giovani cuori in lotta per la libertà. E ci sono tornate in mente due piccole storie familiari, per fortuna a lieto fine. Abbiamo pensato a Giovanni, il nonno di Mister X, un capomastro che finisce in galera perché decide di non fare la tessera del Fascio (che allora era obbligatoria). E la sua moglie e i suoi tre figli piccoli che fanno, assieme a lui la fame. E le botte, le umiliazioni. Alla fine, per fortuna, lo fanno uscire. Poi abbiamo pensato a Federico, il nonno di Nin@ e di JollyViola, che a 17 anni segue per oltre un anno l'esercito inglese che risale l'Italia, combattendo per la libertà. Dato per morto, torna una mattina d'estate nel 1945 in una Perugia quasi distrutta e incontra per caso suo padre, che non riesce a parlare dalla commozione, e poi fa quasi venire un colpo alla sua mamma, che se lo trova davanti sull'uscio di casa. Lui è ancora qui, lo possiamo abbracciare. E vogliamo, che nessuno si senta offeso, ringraziarli, loro e gli altri migliaia, milioni di italiani che silenziosamente e senza che nessuno li celebri o ricordi, hanno lottato per la libertà. Speriamo di essere degni di loro e di meritarci il regalo che ci hanno fatto, e un po' del loro patrimonio genetico. E un buon 25 aprile a tutti gli italiani, perchè "La Storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi Bella Ciao che partiamo, la Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano. La Storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano."
Buon tutto!
Questo post è ispirato anche dalla lettura della storia di Aldo Gastaldi, partigiano illustre di Genova, raccontata nel blog di Angela la maratoneta. La storia della medaglia d'oro al valore Nicola Monaco, da Salerno, raccontata da Marzia nel suo Alchimie. La storia di Augusto Paroli da Roma, narrata da Gregorj, su Il Giornalettismo

Buon Tutto!
Ripubblichiamo il nostro post sul 25 aprile. Perché sì.

Teresa lavora in una fabbrica, la Triangle Shirtwaist Company, che fa camicette alla moda. Lavora con tantissime sue compagne, molte vengono dall’Italia, come lei, tante arrivano da paesi lontani, Germania, Polonia, e parlano lingue strane, che lei non riesce a capire, anche se poi basta un sorriso per diventare amiche. Ce ne sono tante, anche giovani, altre addirittura bambine di 12 o 13 anni. E’ dura, in quella fabbrica. Si fanno turni di 14 ore, e in una settimana si arriva anche a 72 ore di lavoro, per un salario di non più di 6 -7 dollari a settimana. Non è molto, ma i soldi servono per poter campare. La fabbrica si trova  in Asch building, un palazzo a 10 piani. Occupa gli ultimi 3 piani del palazzo. Il posto non è un granché: vecchio, c’è tanto disordine e confusione, e anche tanto fumo. Ci sono stoffe dappertutto, e Pauline, l’amica americana di Teresa, dice spesso agli uomini, i tagliatori, di fumare di meno, che il fumo un giorno o l’altro li soffocherà tutti. Ci si vede poco, è buio, per vederci si usano le luci a gas. All’ultimo piano, il decimo, ci sono loro, i proprietari. Max Blanck e Isaac Harris. Sono uomini d’affari tutti di un pezzo, un paio di anni fa (era il 1909) ci fu un lungo sciopero, lo sciopero dei 20mila. Durò 4 mesi, le donne erano stanche delle condizioni disumane. E quando poi lo sciopero finì, Blanck e Harris furono gli unici a non firmare il nuovo contratto di lavoro. Sono duri, non si fidano dello loro lavoranti. Anche oggi, il 25 marzo del 1911, in un pomeriggio newyorkese che sembra quasi primavera, le hanno chiuse tutte a chiave, Teresa, Pauline e le altre, per paura che rubino qualche camicetta o che si riposino per 5 minuti. A Teresa capita di chiedersi, mentre lavora con ago e filo, perché gli uomini siano a volte così privi di umanità, ma non sa trovare una risposta. Lo chiedeva spesso a sua madre, laggiù, in Italia, mentre passeggiavano nel bosco di mimose. E quando la miseria cadde su quel povero paese di pescatori e loro furono costretti ad emigrare in America, in cerca di fortuna, Teresa fu molto triste. Ma poi in America ha conosciuto Sante. Sante è bello, forte e generoso. Non è come alcuni mariti delle sue compagne, che tornano a casa ubriachi la sera, e le riempiono di botte come faceva suo nonno con i muli quando non avevano voglia di obbedire. E’ dura la vita delle piccole donne del mondo…No, Sante è gentile, sempre premuroso, soprattutto da quando è nata Molly, la loro bambina, che ormai si sta facendo grande, ha 5 anni. Adesso però qualcosa la distoglie dai suoi pensieri, il fumo si è fatto più denso, e mentre sente Pauline strillare, Teresa capisce che stavolta non ce l’ha con John, il capo dei tagliatori. Sono urla di terrore, quelle che sente. Sente le grida di tante donne venire da di là, e all’improvviso vede le lingue impetuose del fuoco. Che arrivano violente, verso di loro, portate dalle stoffe per terra e dal gas delle lampade. Le corrono a fianco compagne di lavoro con la pelle bruciata, l’odore è tremendo, e sente sbattere violentemente qualcuno sulle porte, che sono chiuse a chiave, e nessuno ha pensato di aprire. E così, mentre il fuoco la avvinghia in un abbraccio fin troppo bollente, Teresa ha il tempo di pensare al suo Sante, a Molly che non vedrà diventare grande, non le vedrà quegli occhi scuri, innamorati dietro a un bel giovanotto a passeggio per le vie di New York city. E sente ancora le urla, quando il fuoco le incolla la camicetta alla pelle, e sembra che il sole di questa triste giornata di marzo sia tramontato proprio qui dentro, nell'intersezione di Greene Street e Washington Place, poco ad est di Washington Square, dentro la Triangle Shirtwaist Company. E ora che  sono passate molte ore, (forse giorni, chissà) Teresa è distesa bruciata sul selciato e le sembra di sentire un uomo gridare, e una bambina piangere, mentre intorno ci sono tante persone, e tanti mazzi di fiori, quei bei fiori gialli di mimosa che nel bosco di casa sua in Italia annunciavano il ritorno della primavera. Chissà se è giusto morire ammazzati sul lavoro, pensa Teresa nel suo sonno leggero, e chissà se qualcuno pagherà per questo delitto. Non può sapere che al processo verranno tutti assolti, e che l’assicurazione pagherà 445 dollari per ogni operaia morta, e ad ogni famiglia toccherà, alla fine, un risarcimento di 75 dollari. Non sa che nel tempo che passa e che tutto confonde, quel suo sacrificio finirà confuso, in un giorno, l’8 di marzo, in cui si ricorda e festeggia la bellezza, la forza e il coraggio dell’altra metà del cielo, tra feste e cene e canti. Se Teresa riesce a vedere le sue sorelle di oggi – per la Festa che in qualche modo la ricorda – scherzare, ballare, cantare,  sono sicuro che ne sarebbe contenta, perché a lei piaceva tanto ballare con il suo Sante i balli antichi del loro paese. Ma penso che a Teresa forse piacerebbe anche che tutti gli uomini e tutte le donne si ricordassero di quanto la vita è preziosa, di quanta strada è stata fatta ma soprattutto di quanta ce n’è ancora da fare sulla via della libertà. E il suo pensiero darebbe una piccola carezza lieve alla piccola Molly, cresciuta da sola in un paese straniero perché la madre è finita bruciata in un palazzo di New York, in un giorno di marzo, uccisa dall’ingiustizia di uomini senza cuore..

Un piccolo scarabocchio, per festeggiare tutti insieme, uomini e donne, tutte e due le metà del cielo. Ballando, cantando, ridendo, ma anche ricordando.
Al mondo in a, per non dimenticare, per continuare a lottare, per amore…
Buon tutto!

Questa è la ripubblicazione di un vecchio scarabocchio. Che ci sembra sempre molto attuale.

Trent’anni fa, alle 10,25, un grande botto alla Stazione di Bologna inghiotte 85 persone. Che si sommano, in una lunga scia di sangue, da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza della Loggia a Ustica, in una stagione nera caratterizzata dalla strategia della tensione. Una catena di morte caratterizzata da quelle che molti definirono e che non è difficile ritenere stragi di Stato. Di pezzi dello Stato.

Al di là di processi e sentenze – anche passate in giudicato – di quella lunga scia di sangue che ebbe alla Stazione di Bologna di quel 2 agosto di trent’anni fa il suo punto più tragico, non è ancora del tutto chiaro né il chi, né il perché. E questo perché questi trent’anni sono stati contraddistinti di depistaggi, coperture, silenzi. Un muro di gomma lungo trent’anni che accomuna tutte le stragi, e rende complice lo Stato e chi lo rappresenta. Che in questi trent’anni non ha fatto quello che si poteva e si doveva per squarciare il velo di omertà, per dare se non pace almeno giustizia a quei morti e un senso ad una storia che un senso non ce l’ha.

Invece, anziché squarciare il velo, si cerca ancora di prolungare, nella riforma legislativa che riguarda l’ordinamento dei servizi segreti, ad oltre trent’anni la durata di questo segreto: è storia di questi giorni. E di fronte a questa sete di giustizia insoddisfatta, che giustifica l’inevitabile rabbiosa reazione della gente di Bologna e dei familiari delle vittime, è arrivato l’ennesimo schiaffo. La decisione del governo di non essere presente, per la prima volta in trent’anni, alla commemorazione delle vittime.

E’ un fatto simbolico, certo. Ma proprio per questol’arrogante assenza del Governo a Bologna è grave. Sancisce, se mai ce ne fosse bisogno, l’infinita distanza tra quel “popolo” che si dice di voler rappresentare e i palazzi del potere, lo Stato. E la vigliaccheria della classe dirigente che oggi lo incarna. Ma che razza di Stato è uno stato che non solo non riesce a spiegare, dopo trent’anni, cosa è davvero successo sul suo territorio, non solo prolunga oltre misura il muro di gomma per nascondere la verità, ma non ha neppure il pelo sullo stromaco di affrontare un po’ di fischi e di contestazione di qualche suo cittadino incazzato perché quel giorno, senza un perché, si è visto rubare la vita e il futuro?

Pubblicato su Giornalettismo

Regala un sorriso

Associazione per la lotta al Neuroblastoma

Scarabocchiamo anche su…

Abbiamo vinto il z-blog awards 2007

Un sorriso lungo un anno

In ricordo di Libero 83

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.