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I cognomi “stranieri” stanno sopravanzando quelli “nostrani”: a Milano il secondo cognome più diffuso è Hu, a Prato il più diffuso è Cheng; ed è così anche Brescia, Torino, Firenze. In Norvegia Anders Breivik, autore della strage dei giovani ad Utoya, al processo si dichiara innocente: ha agito per difendersi, perché i norvegesi “rischiano di essere una minoranza nella loro capitale e nel loro paese in futuro”.

L’Italia e l’Europa stanno cambiando volto: è la sfida sempre più forte del multiculturalismo. Come tutte le sfide, non è priva di rischi. Ma è anche piena di opportunità. Fa riflettere, in un Paese come il nostro, dove fino a ieri potevamo sentire ministri ringhiare in Tv contro la minaccia degli “stranieri”, la diffusione di cognomi “diversi”.

Il bello – e stavolta, per fortuna, se ne sono accorti in molti – è che spesso questi bambini o ragazzini accoppiano al loro cognome “esotico” dei nomi come Matteo, Andrea, Marco, Lucia, Maria. Nomi familiari, nomi “nostrani”.

Ecco. L’Italia sarà un gran casino, e non ha certo estirpato la mala pianta dell’intolleranza con un semplice cambio di governo.

Ma non sentire Ministri della Repubblica gracchiare dopo la notizia sull’avanzata dei cognomi cinesi, eccheggiando parole simili a quelle di un pazzo criminale norvegese autore di una strage, un certo sollievo lo dà.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Chissà come sarà l’Italia di domani. Tra dieci, venti, trenta, quaranta, cinquant’anni. Forse più povera, o più infelice. O forse no. Chissà se si conteranno ancora le onde del mare. Se si scruterà il cielo quando le nubi s’addensano all’orizzonte per la paura – o la speranza – della pioggia.

Chissà, magari sarà tutto digitale, ipertecnologico: fare la spesa, andare in vacanza, forse anche fare l’amore (quello speriamo di no). I figli faranno ancora arrabbiare i genitori, i mariti le mogli. O forse sarà tutto perfettamente regolato dai computer, anche le liti familiari.

Non si sa, e proprio questo è il bello. Ma una cosa la sappiamo. Sarà un’Italia molto più anziana, con meno gente in età da lavoro, e soprattutto molto più multirazziale. Nel 2065, secondo l’Istat, gli “stranieri” residenti saranno più di 14 milioni, forse addirittura 15 (oggi sono poco più di 4,6 milioni). In pratica, un residente ogni cinque.

Forse, per allora, i diversamente intelligenti – che hanno anche governato, fino a poche settimane fa, questo Paese – si saranno dati pace, e guarderanno i loro concittadini con la pelle più scura, o con gli occhi più a mandorla, non come nemici da abbattere ma semplicemente ciò che sono: le meravigliose variegate declinazioni di quella meraviglia del mondo che è la specie umana. Anche con i problemi d’integrazione, che pure possono esserci.

Sarebbe bello poterla vedere, quest’Italia multicolore di domani.

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La lettera dell’anonimo imprenditore che ha chiuso il caso dei bambini rimasti senza mensa ad Adro, in provincia di Brescia, pagando di tasca propria i 10 mila euro di debiti dei genitori che non pagano la refezione scolastica non è una lettera qualsiasi. E’ una bomba lanciata nell’assordante silenzio del conformismo, dell’intolleranza, dell’irresponsabilità sociale e della disumanità dell’Italia di questi anni.  Quest’imprenditore “figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità”, che ha fatto fatica per salire i gradini della vita e conquistarsi un’attività che oggi lo fa vivere bene, ha votato per Formigoni. Ma non si ritrova “in queste scelte del centrodestra” ed ha detto cose profonde, su cui riflettere.

La prima e la più importante è che esiste un pezzo di Paese – forse più grande di quanto non s’immagini -  che si riconosce in valori di centrodestra ma non confonde il perseguimento del benessere individuale con l’egoismo sociale, la fermezza per il rispetto delle regole e dei valori dell’occidente con l’intolleranza verso gli stranieri, che sa cos’è il rispetto per i bambini, per l’essere umano, in una parola per le persone. Un uomo che non confonde l’elemosina con il dono, la prima figlia di quello “stato compassionevole” che piace tanto al governo, il secondo che, parafrasando Gaber, significa considerarsi “felice solo se lo sono anche gli altri”.

Un uomo di destra a cui non piace la “crescente insofferenza verso chi ha di meno”, che porta ad essere durissimi con “furbetti che non pagano la retta scolastica” ma complici di quelli “milionari che vogliono anche fare la morale agli altri”, come ad esempio i tanti evasori fiscali. Un uomo di destra che si vergogna che proprio l’Italia “sposti progressivamente l’asticella dell’intolleranza”, specie verso quegli stranieri che poi ci lavano le auto, ci fanno da mangiare, ci accudiscono i genitori. Un uomo che agli immigrati chiede “il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi”, ma con “fermezza ed educazione, cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.” Un uomo religioso, ma che non fa finta di non vedere una Chiesa di Roma disponibile “a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo”. Che se la prende anche con il suo leader Berlusconi, “segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare partito dell’amore”.

Un uomo che non è un benefattore, ma che sa vedere bene cosa stiamo diventando e dove potremmo andare a finire. Un uomo che non appartiene a quel pezzo d’Italia – la sinistra – che con sprezzo del ridicolo si autodefinisce “la parte migliore del Paese”, ma capace di dire a chiare lettere a questa deriva disumana: “Io non ci sto”. Un uomo che ci fa capire con semplicità che un’altra Italia è possibile. E non deve necessariamente essere quella di Bersani o di Vendola o di Di Pietro. Io, da sempre di sinistra, con i miei valori e la mia storia, da lui certo distanti ma non sempre necessariamente diversi, vorrei abbracciarlo idealmente. Come un fratello.

Pubblicato su Giornalettismo

La corte di Cassazione, con la sentenza n.5856 del 10 marzo 2010 ha confermato l’espulsione decisa dalla Corte di Appello di Milano di un immigrato albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. L’uomo aveva invocato, per evitare l’espulsione,  il diritto a “un sano sviluppo psico-fisico” dei due figli. I Giudici hanno invece replicato che è consentito ai clandestini di restare in Italia solo in nome di “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza“, tra cui non rientrerebbe il caso in oggetto, ritenendo che la tutela della legalità delle frontiere prevalga anche sul diritto allo studio dei minori. La sentenza mette anche in guardia contro il rischio di strumentalizzazione dell’infanzia da parte dei clandestini. E’ curioso che il 19 gennaio 2010, con sentenza n.823, la stessa Corte aveva acconsentito alla richiesta di restare in Italia di un genitore extracomunitario, stabilendo che “il permesso di soggiorno va rilasciato perché l’allontanamento del genitore costituisce in ogni caso un pericolo per lo sviluppo psicofisico del minore, specie se in tenera età“. Ci saranno sicuramente ragioni validissime, che sfuggono a menti semplici e poco avvezze ai complicati codicilli del diritto, per giudicare in un modo una cosa due mesi fa e in modo totalmente opposto oggi. E certamente la Corte di Cassazione avrà validissime ragioni giuridiche per emettere certe sentenze.

Però la Corte di giustizia europea, riferendosi ad altre ragioni giuridiche, che dovrebbero essere altrettanto valide, con la sentenza C-540/03 del 2006 ha stabilito che in tema di diritto al ricongiungimento, anche in caso di espulsione, va considerano centrale l’interesse del minore. Ragioni giuridiche valide le avrà avute anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, quando ha sanzionato “gli Stati che assumono comportamenti contrari a quanto previsto dall’articolo 8 della Convenzione sul rispetto della vita privata e familiare”. Ci saranno ragioni giuridiche valide anche nella direttiva comunitaria 2004/83, che ribadisce “il potere discrezionale degli Stati in fatto di espulsione ma individua un limite proprio nel diritto al ricongiungimento e nella tutela della famiglia.”

Insomma, la Corte di Cassazione avrà pure ragione da un punto di vista giuridico, nonostante il diritto internazionale e quello comunitario affermino cose diverse. Ma l’idea che nel nostro ordinamento giuridico venga ritenuto “legittimo” separare un padre dai propri figli perché “clandestino”, infischiandosene di quello che possano provare quei bambini,  ci fa un po’ vergognare di essere italiani.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

La ministro dell’Istruzione ha proposto un tetto del 30% alla presenza di alunni non italiani per ogni classe. L’intenzione è “di favorire l’integrazione tra italiani e stranieri” e di evitare “la creazione di classi ghetto con soli stranieri”, dove l’offerta formativa è più scadente. E’ una proposta che da un punto di vista teorico non può che essere condivisa. Quando però si passa dal principio alla sua applicazione pratica, le cose cambiano.

Anche se viene prevista un’applicazione graduale, anche se nella quota non dovrebbero essere inclusi gli stranieri nati in Italia o comunque già dotati delle “competenze linguistiche necessarie”, le perplessità non mancano. La più rilevante è che l’eccessiva concentrazione di alunni di cittadinanza straniera nelle classi non è un problema generalizzato, ma specifico di alcune zone del nord est italiano e di alcune città grandi e medie, dove la presenza di comunità di cittadini non italiani è particolarmente elevata. Comuni in cui la quota di alunni non italiani è elevata, sopra il 50%, e la scuola più vicina è a decine di km. Quartieri di Torino, Milano, Roma ed altre città in cui la presenza di alunni non italiani è molto elevata.

In questi posti la soluzione sarebbe uno “scambio” di studenti tra scuole di comuni o quartieri vicini. Come si concilia la sacrosanta preoccupazione del ministro di favorire l’integrazione con il diritto allo studio di questi alunni, che dovrebbero necessariamente andare a scuola lontano dal luogo di residenza delle loro famiglie? E cosa succede se il tetto del 30% non si riesce a rispettare: si chiudono le scuole per “mancanza di italiani”? Si trasferiscono d’ufficio alunni in altre scuole, magari a decine di km di distanza?

Vogliamo credere alle buone intenzioni della Gelmini, senza pensare – come qualche malpensante dice – che questa sia una “cambialetta elettorale” pagata alla Lega Nord in vista delle elezioni regionali, che tanto non sarà mai applicata e quindi non farà danni. Se la Gelmini vuole davvero dare una risposta concreta al problema dell’integrazione, meglio lasciare spazio al “federalismo scolastico”, all’autonomia degli istituti e dei circoli didattici: saranno loro, che conoscono le specificità della loro zona, a trovare gli strumenti per “favorire l’integrazione”. Caso per caso, scuola per scuola.

Per parte sua, la ministro dovrebbe investire in offerta didattica e pedagogica, dare risorse economiche ed umane alle scuole per la mediazione culturale e l’integrazione, anziché tagliare fondi e cancellare classi e plessi scolastici come ha fatto fino ad ora, talvolta contribuendo ad aggravare il fenomeno della concentrazioni di alunni non italiani in classi ghetto. Altrimenti, si rischia solo di fare demagogia: il contrario di quello che ci si aspetta da un governo del fare.

Questo post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

I gravi fatti accaduti a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, con il ferimento di alcuni extracomunitari giovedì, a cui sono seguite ore di tensione, scontri tra extracomunitari e cittadini del paese della piana di Gioia Tauro che ne hanno chiesto lo sgombero, sono stati così commentati dal ministro Roberto Maroni: “In questi anni è stata tollerata l’immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado”. Una dichiarazione sorprendente, perché dal 2001 ad oggi – con la parentesi dei 20 mesi del governo Prodi – è il centrodestra di cui Maroni è esponente di spicco a governare. E la legge n.189/2002 sull’immigrazione, attualmente in vigore, è comunemente chiamata “la Bossi-Fini”.

Ma non è solo questo a lasciare di stucco. Il ministro dovrebbe sapere della situazione disumana della Calabria, dove a fronte dei 6.400 autorizzati si stima vi siano circa 20 mila lavoratori stranieri stagionali impiegati nel settore agricolo. E dovrebbe conoscere benissimo la situazione della Piana di Gioia Tauro – il porto, la ‘ndragheta, i circa 15 mila immigrati presenti – più volte denunciata e mai risolta. Lo stesso comune di Rosarno è commissariato per infiltrazioni mafiose. Ma, a parte il recentissimo impegno – positivo, anche se tardivo – sul fronte dell’impiego delle forze di polizia e dei magistrati, è forte la sensazione che questo pezzo di paese sia stato lasciato anche in questo decennio in balia forze oscure e criminali e dei suoi potentati locali, che ne soffocano le non poche energie positive presenti.

Ma anche limitandosi all’analisi solo dal punto di vista del fenomeno immigrazione, il caso di Rosarno  mostra casomai la prova dell’inutilità delle misure volute dal governo, le scelte sbagliate fatte in tema di immigrazione. Non si può pensare che migliaia di persone vivano come animali e che questo non provochi prima o poi delle tensioni. Insomma, come ha detto Don Pino de Masi, Vicario Generale della Diocesi di Oppido-Palmi: “quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell’integrazione”.

Perché le scelte del governo di centrodestra anziché risolvere i problemi legati al fenomeno immigrazione – che esistono – hanno contribuito invece ad aggravarli, oltretutto essendo pure stupide, di difficile applicazione e crudeli più che razziste. Punire i responsabili dei fatti è giusto, prendersela genericamente con gli immigrati è demagogia, è scaricare la propria incapacità di gestire l’ordine pubblico e il complesso fenomeno dell’immigrazione dando la colpa ai “nuovi schiavi” anziché combattere la schiavitù e gli schiavisti. Se ne è capace, caro ministro, sia serio e provi a fare davvero il suo mestiere. Altrimenti, la smetta di dire sciocchezze, e se ne vada.

L’articolo è stato orginariamente pubblicato su Giornalettismo

Sul tema della legge sulla cittadinanza in discussione alla camera si è sviluppato un match senza esclusione di colpi tra Giovanni Sartori e Tito Boeri sulla reale possibilità di “italianizzare” i cittadini di religione musulmana. Il tema cioè, dell’ “integrabilità” dell’islamico. Lasciamo da parte le dotte polemiche professorali, le citazioni colte e gli ego dei due personaggi, e concetriamoci sulla sostanza della questione, che è effettivamente controversa.

Il Prof. Sartori ha sostenuto che questo sia un rischio da non rischiare, alla luce di un’esperienza secolare dove non si ricordano casi di “integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che”. Il Prof. Boeri invece, analizzando le realtà esistenti in diversi paesi d’Europa, ha detto che i musulmani si “integrano economicamente e socialmente, nel lavoro, sposandosi spesso con persone del Paese che li accoglie e parlandone quella lingua, indipendentemente da quanto siano devoti all’Islam”.

Il tema è certamente complesso. In questo periodo storico il monoteismo teocratico dell’Islam sembra molto rigoroso e l’apostolato musulmano appare spesso dinamico e talvolta anche aggressivo. Ma, come ha detto bene Sergio Romano, intervenendo sul tema e rispondendo a due lettori – provocando la risposta, un po’ piccata, del prof. Sartori – “siamo davvero certi che la religione, nel mondo islamico, sia sempre stata vissuta con la stessa intensità e intransigenza?”

Se guardiamo al cristianesimo e all’Europa, non possiamo dimenticare che anche da noi abbiamo attraversato fasi in cui la “febbre della fede” era molto alta. Nell’Islam, la tendenza di gran parte dei Paesi del Medio Oriente era verso la secolarizzazione, almeno fino agli anni ’60, cioè fino al momento del riesplodere violento della “questione palestinese”. Per analizzare la questione bisogna partire da alcuni dati di fatto.

Il primo è che l’integralismo religioso si nutre di fattori politici, sociali ed economici che – nell’caso dell’Islam – l’occidente si è ben guardato, per miopi calcoli di bottega, di tentare di rimuovere. Il secondo è che le civiltà europee non sembrano al tramonto perché milioni di musulmani lasciano i loro Paesi per venire in Europa, “attratti da tutto ciò che siamo in grado di offrire al loro futuro” e non per conquistarci. In Italia vivono un milione e mezzo di musulmani, ed  escludendo qualche sporadico caso non risultano esserci tensioni “religiose” o situazioni di allarme sociale, come è avvenuto – spesso più per ragioni “mediatiche” – con comunità quali i rumeni o gli albanesi. O i cinesi.

Che l’integrazione degli immigrati in generale e dei musulmani in particolare sia un processo non semplice, non ci piove. Ma non è impossibile: i turchi in Germania hanno cominciato ad integrarsi gradualmente da quando il governo Schröder modificò la concezione della cittadinanza, basata sino ad allora sul “diritto del sangue”, passando al “diritto di suolo”, ovvero al luogo di nascita, come avviene negli USA. Forse l’”itanializzazione” degli immigrati, soprattutto quelli di seconda generazione a partire dalla legge sulla cittadinanza, è un rischio da correre, anzi, una grande occasione per l’Italia. A costo di sembrare al prof. Sartori dei “gi­ganteschi sprovveduti”.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all’ufficio di polizia municipale o all’ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti. Grazie della collaborazione“. Così si conclude un manifesto affisso a San Martino dall’Argine, 1.800 anime a pochi chilometri da Mantova.

Del comunicato stupisce non tanto l’invito alla delazione, il mettere i cittadini contro i cittadini, e non necessariamente italiani contro stranieri, ma anche italiani contro italiani, stranieri contro stranieri. Quello che colpisce è la sua gratuità: quello è un comune piccolo, dove tutti si conoscono, ed ha anche la più bassa percentuale di immigrati di tutta la provincia, poco più del 5%, il che significa circa una novantina di persone, perlopiù indiani che lavorano nelle aziende agricole e qualche albanese che fa l’operaio. Un paesello mantovano dove negli ultimi anni si è registrato un solo caso di irregolarità, un’azienda manifatturiera cinese con qualche lavoratore in nero.

In questa guerra  scatenata dalla giunta comunale del paesello mantovano – con in testa sindaco Alessandro Bozzoli, indipendente alla guida di un’amministrazione Lega-Pdl non si sente tanto il sapore di razzismo, quanto quello del cieco furore di uomini senza qualità, dell’eccesso di zelo delle terze o quarte linee, che per compiacere i “capi” vanno forse – si spera – al di là delle loro stesse intenzioni.

Cosa possa scatenare, non nella metropoli di qualche milione di abitanti, ma in un tranquillissimo paesetto della campagna mantovana, dove tutti si conoscono, un tale invito “istituzionale” ad alzare il livello dello scontro di cittadini contro altri cittadini è un mistero da affidare agli psicologi. O forse a qualche psichiatra.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo


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Questa è una storia qualunque, che accade in un posto qualunque, in qualche angolo sperduto sotto il cielo italiano. Non è una storia eroica. Forse è persino un po’ banale. E’ la storia di G.

 

G. è un cittadino peruviano. Ha vissuto in Italia gran parte della sua vita. Si sente a casa sua, ma è uno straniero. La gente quando lo vede passare non lo tratta male, ma con diffidenza. Non gli sorride di cuore, come fa con la maggior parte dei suoi simili. G. vive una vita non facile, spesso è solo, non riesce a passare molto tempo che la sua famiglia. Non si lamenta, vive la sua vita con un po’ di malinconia nel cuore, in mezzo a gente più distratta che cattiva, più arida che ostile. Gente che lo fa sentire “diverso”, senza che lui riesca a capire perché.

 

G. è un bambino di 7 anni. Frequenta una scuola, in mezzo ad altri bambini come lui. Ma lui non è uguale agli altri. Quando la maestra gli chiede di scrivere sul quaderno cosa ha mangiato per cena, G.  chiede che cos’è la cena, e quando la maestra esterrefatta gli domanda cosa hai mangiato ieri sera lui dice niente, come la sera prima e l’altra ancora. E spiega che la mamma lo lascia a mensa così almeno un buon pasto lo può fare. Se gli chiedono di far un componimento su come ha passato la domenica, lui dice che è stato al lavoro, con mamma, che fa le pulizie. E se gli chiedi se si è divertito, ti guarda con gli occhi scuri come se guardasse un tramonto senza sole, e ti dice “Almeno sono stato un po’ con mamma”.

 

G. non è un personaggio inventato. G. esiste, è qui, in mezzo a noi. Lo incontro tutti i giorni, mentre entra nella sua classe. G. è un bellissimo bambino, vive in mezzo a noi, parla la nostra lingua, ma tanta gente non riesce a vedere altro che uno straniero da tenere a distanza.

 

Buon tutto!

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Dopo essere stati alla deriva per più di venti giorni, incrociando almeno dieci imbarcazioni, senza che nessuno, a parte un pescatore fermatosi per dare loro un po’ di cibo e di acqua, un gruppo di 78 esseri umani, partiti dall’Eritrea, è finito quasi completamente distrutto. Solo 5 si sono salvati, sbarcando a Lampedusa, mentre 73 sono morti. Senza soccorso.

 

Questo tragico evento rende possibile una cosa che credevamo incredibile. Per una volta, siamo totalmente d’accordo con l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Che, in prima pagina, a firma di Marina Corradi, dice: “c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo dell’immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufragi al suo destino. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a terra, opereranno altre leggi: diritto d’asilo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano". Quel barcone vuoto che galleggia carico di disperati ignorati da tutti ci racconta che si fa avanti una "nuova legge del non vedere: come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L’Occidente a occhi chiusi". "Così è stata violata una legge antica, che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L’idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale". Anche queste parole, che riecheggiano quelle di Primo Levi, fanno rabbrividire.

 

Oggi non c’è nulla di cui sorridere. Forse c’è molto su cui riflettere, in un paese nel quale si è creato oggettivamente un clima di caccia all’immigrato che la stessa Chiesa ha spesso stigmatizzato.

 

Ieri il ministro Calderoli, polemizzando con il presidente della Camera Fini che diceva parole di accoglienza nei confronti di chi viene da paesi lontani nel nostro paese in pace ed in cerca di felicità, gli ha detto:”Dica qualcosa di destra”.

Oggi noi diciamo a lui, senza nessuna polemica: Signor Ministro, di fronte a quest’ennesima tragedia, ascolti i vescovi: dica qualcosa di umano.

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