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Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha annunciato di aver querelato i quotidiani Il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori fermati nella ancora poco chiara operazione dei servizi Afghani all’ospedale di di Lashkar Gah avevano confessato: “Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere”.
Il Giornale sui nostri tre connazionali ha detto un po’ di tutto. Prima ha sparato un titolone sulla confessione dei nostri connazionali, salvo poi contraddire nell’articolo quanto scritto nel titolo, in barba alla coerenza. Forse perché Feltri crede che i suoi lettori si limitino a leggere i latrati (pardon, i titoli). Poi il quotidiano ha riportato alcune deliranti “rivelazioni” di personaggi afghani, prese come se fossero oro colato. Poi li ha accusati di essere dei “pirla”, dando implicitamente per scontata una loro responsabilità indiretta nell’accaduto.
Poi, quando l’evidenza dei fatti e l’azione saggia, dopo un tentennamento iniziale, del ministro Frattini, del sottosegretario Letta e dei loro collaboratori, hanno mostrato la totale innocenza dei tre operatori di Emergency, si è accanito oltre il limite della decenza sulla balla del rifiuto del volo di Stato, artatamente accesa dal sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, nonostante la notizia fosse stata prontamente spenta dalle dichiarazioni dei responsabili di Emergency e dalla Farnesina. Libero si è accodato, più o meno sulla stessa falsariga.
Sarebbe un bene che i due quotidiani chiedessero scusa o facessero ammenda in qualche modo. Facendo una cosa che non sono abituati a fare: dire semplicemente la verità, e separando i fatti dalle loro – legittime – opinioni. Anche quando esse sono dettate dall’astio verso un organizzazione che può avere posizioni politiche distanti da loro, ma che si occupa di curare feriti di guerra. Spesso civili, spesso bambini. Ma non lo faranno. Anzi, sembra già di sentire Feltri e Belpietro gridare all’intimidazione ed ergersi a difensori della libertà di parola e di stampa. E allora, repetita juvant: riguardo i titoli del Giornale, come disse Alberto Sordi, “La libertà (di parola) è una bella cosa, peccato che ce ne sia troppa”. E ancora, come si era detto anche qui, è bene ricordare che ci sono delle affinità tra il dire fregnacce e l’esprimere la propria opinione. Ma ci sono anche tante differenze.
Pubblicato su Giornalettismo
Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.
Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.
Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.
Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.
Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.
Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.
E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine. Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.
24 marzo 1944 – 24 marzo 2010. Per non dimenticare
L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo
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Uno dei mestieri più affascinanti del mondo è senz’altro quello di Giornalista. E’ un mestiere che ti permette di conoscere le cose, di spiegarle ai cittadini. Di informarli. Di “fare opinione”. Ai Giornalisti è permesso di fare una cosa che piacerebbe a molti: fare domande. Ovviamente, diventando giornalisti famosi, quelli a cui è permesso fare anche le domande più importanti, più significative. Come chiedere ad un uomo o ad una donna che “conta”, che può influire – in parte – sui destini della nostra vita le ragioni dei fatti, le concatenazioni degli avvenimenti, il perché delle scelte e delle dichiarazioni. Non è una cosa semplice, che possono fare tutti. Ci vuole, intelligenza, sensibilità, competenza. E’ un mestiere difficile, che solo donne e uomini seri possono fare. E solo i migliori possono diventare giornalisti importanti e famosi. Noi, con il nostro spirito fanciullino, ad esempio, non ne saremmo capaci. Troppe analisi complicate, troppe argomentazioni complesse, troppe riflessioni intrecciate sulle motivazioni del perché in Italia si fanno certe scelte come ad esempio, le ronde, i presidi spia, i medici spia, le risorse per il terremoto in Abruzzo. O sul perché l’amministrazione Bush ha iniziato e proseguito la guerra in Iraq, sul ruolo della Russia, della Cina, sulle scelte in materia di inquinamento, e tante altre faccende dannatamente complicate. Per queste cose ci vogliono persone serie e competenti: se ci trovassimo al posto dei giornalisti, faremmo un sacco di sbagli. Non è facile fare il giornalista: sei sempre al centro dell’attenzione, devi essere competente, attento, sempre pronto ad informarti, a informare e far conoscere la realtà. Certo nessun giornalista serio avrebbe mai fatto un errore imperdonabile, come quello che ha fatto
Misha Lerner, 9 anni, classe quarta di una scuola elementare ebraica di Washington, zazzera rossa. Questo bambino ha fatto alla signora Condoleezza Rice, una domanda semplice, troppo semplice: “Perché, come dice il presidente Obama, avete applicato tecniche di interrogatorio simili alla tortura?” Misha, ma che combini? Ma che razza di domande fai? Condoleeza c’è rimasta male. E’ così ovvio. Semplice. Troppo semplice. Nessun giornalista serio avrebbe mai fatto una domanda del genere ad una donna così importante. Ma te l’immagini un giornalista bravo come Bruno vespa chiedere a Silvio Berlusconi: “Presidente, ma è vero che si accompagna con delle minorenni, come dice sua moglie?” Oppure a Giulio Tremonti: “Come mai nel decreto per il terremoto dell’Abruzzo non c’è neppure lo stanziamento di un euro?” Ma non hai mai visto una trasmissione televisiva, o letto un’intervista su un quotidiano? Caro Misha, hai proprio sbagliato. Visto che sei un bambino per stavolta sarei perdonato. Però, ci dispiace tanto: tu di certo non potrai mai fare il giornalista.
Buon tutto!
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Mentre la pietà, la fratellanza e l’intelligenza tacciono in terra di Palestina, per fortuna c’è qualcuno nell’ombra agisce in silenzio per riportare un briciolo d’umanità e di pace in terra santa. Un uomo che si muove instancabile, operoso, generoso, facendo la spola tra le diverse parti in lotta, per far tacere le armi. Non si tratta del nostro brillantissimo e operoso ministro degli esteri Franco Frattini, che come un caro amico dalla penna che graffia ci ricorda, sa sempre dire la parola giusta al momento giusto. Lui è troppo impegnato a Cortina, in queti giorni, per risolvere la grave crisi scoppiata tra la cittadina turistica e la madrepatria Veneto, che Cortina vorrebbe abbandonare per passare all’Alto Adige. Stiamo parlando di un altro grandissimo uomo di stato. Un uomo che un tempo distrusse la sinistra agonizzante e nostalgica dei lavoratori, degli operai, degli umili, dei diseredati per aprire le porte al New Labour, alla nuova sinistra, alla terza via. Sì, stiamo parlando del nostro grande idolo Tony Blair, detto l’amico Tony o, se preferite, Friend Tony. E’ arrivato sabato notte a Gerusalemme, sistemandosi nello storico American colony, uno splendido e costosissimo albergo dove è installato il suo quartier generale, che da un anno e mezzo occupa l’intero quarto piano di quell’albergo, 12 suite di cui una attrezzata a palestra. Tony Blair è il negoziatore per la pace Israele-Palestina per conto del quartetto Usa, Russia, Onu e Ue, ribattezzato il quartetto cetra. Blair , detto Mr. Medio Oriente, è sempre lì: si è fermato a Gerusalemme addirittura per ben 7 giorni al mese, ovviamente estate esclusa: l’aria condizionata del Colony è difettosa, e a Gerusalemme fa molto caldo e c’è umidità. Il resto dell’anno il quarto piano è completamente vuoto, ma non perché Blair sia in ozio. Anzi: Friend Tony non si ferma un momento. Tiene conferenze per la modica cifra di 200 mila dollari l’una, viaggia dalla Cina agli Usa senza sosta, ha scritto un libro per un modesto contratto da un milione di dollari. E poi è diventato advisor della Assicurazioni Zurigo per la sua esperienza in campo internazionale, ha avuto una consulenza strategica per la Jp Morgan, è diventato visiting professor a Jale. Pochi mesi fa è stato a anche a Kyoto, in Giappone, assieme a molti esperti per mettere le basi alla firma di un nuovo accordo. Per forza che non riesce a passare più tempo a Gerusalemme. Forse per questo l’amico Tony è rimasto molto male quando il suo successore Gordon Brown, intervistato dal Daily mail che voleva sapere dove fosse Blair in questo momento drammatico per la terra santa, ha risposto: “Credo che sia in vacanza”. Tony non sa cosa siano le vacanze. Ad esempio, mentre il governo israeliano prendeva la decisione di bombardare gaza, Tony era a Londra. Lo hanno visto all’ importantissima inaugurazione di un negozio Armani a Knightsbridge, mentre telefonava. Pare che stesse chiamando il premier israeliano Olmert, per spiegargli la strategia da adttare per sconfiggere Hamas evitando uletriori massacri e spargimenti inutili di sangue innocente. Ma ha trovato il numero occupato. E che doveva fare, povero Tony? E’ tornato a mangiare tartine al salmone. Tony si è anche ripromesso di andare a dare un occhiata a Gaza. Perché da quando è stato nominato, a giugno del 2007, pare sia stato un paio di volte in Cisgiordania, ma non abbia mai messo piede a gaza. D’altronde, che ci andava a fare? Lo sa benissimo che lì a Gaza si muore lentamente in vano ascolto, come ci ricorda un altro amico che a Gaza invece c’è andato (si vede che ha molto tempo libero, e non aveva nulla di meglio da fare…) e ci racconta ogni giorno cosa succede laggiù. Tony, invece, non ha tempo da perdere con queste sciocchezze. Ci sono tante cose da fare, nell’ombra, in silenzio, dietro le quinte. I risultati di questa grande faticosa opera di mediazione di questo ultimo anno e mezzo, sono sotto gli occhi di tutti.
“Where have you gone, Tony Blair?” “On Holiday, of course…”
Buon tutto!
Ci sono giorni in cui l’estate ti regala serate fresche e ventose. E così, seduto nel giardino di casa tua, lasci che il vento e un buon bicchiere di vino cullino i tuoi pensieri. In questi momenti sul limitare del sonno la mente vola verso ricordi e pensieri senza meta. E mi è venuto in mente mio nonno Latino. Lui era un ragazzo del ’99, uno di quelli che da tanti paesi (Siciliani, Calabresi, Lombardi, Toscani, Friulani) a 18 anni ha combattuto nella grande guerra del 15-18. Lui era lassù, a Vittorio Veneto, nel 1918, con lo sguardo smarrito alla ricerca del suo amore lontano, mandato sui monti a combattere, forse senza sapere bene perché. Mi ricordo che nel suo cuore di ragazzo smarrito c’era il pensiero di Venezia, che era lì, a pochi chilometri. La Venezia di cui aveva sentito parlare, a volte, da qualcuno nei suoi monti dell’Umbria, una città che non avrebbe mai visto. Non so se mio nonno sapeva che a Venezia tanti ragazzi di vent’anni come lui erano caduti, durante l’assedio alla città, nel 1849, massacrati dall’esercito austriaco, con il sangue che macchiava il Canal Grande. Non credo che conoscesse quello che resta di loro, una canzone lontana e dimenticata. E certo mio nonno non sapeva che poco lontano, in un’altra città di quello strano paese in cui si era trovato a combattere, Brescia, altri giovani avevano combattuto per dieci lunghissime giornate, nella primavera di quel 1849. Non sapeva mio Nonno, che stava facendo la Storia. E mentre ripenso a quei giorni lontani, a quei ragazzi ammazzati sul selciato, o sperduti tra i monti, un altro bicchiere mi aiuta a ricordare di altri ragazzi che morirono anch’essi nelle sere calde di Roma, nel luglio del 1849, i loro corpi abbandonati sul Gianicolo. Erano tanti, e venivano da tanti paesi diversi, come quelli del 1918. E tra loro, un ragazzo di Genova, di 22 anni, Goffredo. Era morto anche lui così, come si muore a vent’anni, con il cuore pieno di quella gioia di vivere e la sensazione di aver tutto ancora da fare, con tanto tempo davanti per inseguire i tuoi sogni. Sogni che Goffredo aveva scritto in una piccola poesia senza importanza. Quanti morti, per quel sogno. Tanti, troppi, come quell’ immenso sacrario lassù, vicino Gorizia, dove più di 100 mila ragazzi senza nome riposano in silenzio. Erano i compagni di sventura di mio nonno, e lui spesso diceva: potevo essere anch’io lassù, mentre raccontava – me lo ricordo, proprio qui, sotto questo albero del mio giardino, una sera d’estate di trenta anni fa – della fame, di questo paese di stracci e straccioni, delle notti passate a piangere sulla branda, e poi ancora del dopo guerra, della fame, delle bombe e di quell’altra guerra, un’altra, perché le guerre sono come le canzoni, ce n’è sempre un’altra che arriva prima o poi. Sembrava una favola, e invece era la Storia, e lui non lo sapeva. Ed è la storia, e i milioni di giovani con gli occhi sbarrati in faccia al cielo azzurro, che ci hanno regalato l’Italia, quell’Italia che ama la moda, e la Ferrari, le donne più belle, e l’estate che arriva, ogni anno più calda. L’Italia che vince i mondiali, che gioca d’azzardo e che canta le canzoni. Intossicata da troppi scandali, cemento, cialtroni, adesso è smarrita, confusa, ferita. Troppi hanno dimenticato quanto sangue è stato versato, i nostri nonni che zappavano la terra sotto il suo sole accecante, i nostri fratelli d’Italia che sotto il fuoco dei cannoni ci hanno regalato il sogno di sentirci, davvero, padroni a casa nostra. Ora che tutto si smarrisce e si confonde, proprio come in un sogno di una notte di mezza estate, davanti a un buon bicchiere di vino, ripenso a mio nonno che da tanto tempo se n’è andato lassù, e chissà se guarda dalle placide stelle di questo cielo italiano. E cosa penserà, lui che non sa neppure cos’era la storia, di questi piccoli uomini senza cervello, che sputano addosso al nostro passato, al loro passato, immemori di quello che è stato. Perché forse è vero che quel sogno si è rattrappito, che l’Italia è solo un nome su una carta geografica, e che in fondo siamo tutti cittadini di questo pazzo mondo. Ma è anche vero che ognuno di noi è figlio di suo padre, di suo nonno, della sua storia. E un uomo senza storia è meno di niente. Non è neppure quel piccolo punto sperduto che adesso mi sento, io, quaggiù, pensando a mio nonno, a Goffredo, ai milioni di italiani caduti, che con gli occhi smarriti sussurrano al vento: Ricordati, Italia!
Buon tutto!
Buon tutto!
Questo post è dedicato ai grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati. Perché si ricordino, come ci ha insegnato Antoine De Saint-Exupéry che “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”
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Questo post è stato ispirato anche dalla lettura di due interessanti post di un amico di Comicomix, Riccardo Gavioso, che con la sua penna ha graffiato le orche assassine qui e qui. E dalla recente lettura di un bel reportage dal Congo dell’inviato di Repubblica, Giampaolo Visetti
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Buon tutto!
Questo è il nostro modo (come sempre, un po’ sciocco…) di partecipare al blog action day. Fatelo anche voi, se vi va…
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George Bush, ogni tanto ci azzecca. Bisogna ammetterlo. Dopo molte decisioni controverse, ha deciso, verso la fine della sua brillante carriera di Presidente degli USA di fare una cosa giusta. L’amministrazione della Casa Bianca ha lanciato una campagna per un maggior decoro alla Casa Bianca. Troppe nefandezze, troppe indecenze. E’ ora di farla finita, di dare un taglio netto a questa vergogna. The Washington Post già titolava a tutta pagina: George Bush si dimette! Il New York Times a sua volta scriveva: George si toglie dai piedi! Mentre in tutto il mondo e in gran parte degli USA tutti brindavano alla saggia decisione del Presidente, che riscattava così le migliaia e migliaia di danni collaterali (quelle fastidiosissime cifre dei deceduti civili) e di militari americani morti mentre l’Amministrazione Bush esporta la democrazia, il portavoce della casa Bianca ha precisato. No, ragazzi, non avete capito nulla. Il Presidente, nonostante la sua indole notoriamente pacifica, ha dichiarato guerra alla crescente informalità che si respira nel palazzo della sua amministrazione: turisti estivi che arrivano in pantaloni corti e sandali, giornalisti in jeans e t-shirt, giornaliste in minigonna, personale con scarpe da ginnastica ed infradito, pare indossati anche dalla segretaria dello Studio Ovale (che indecenza!). Il Presidente Bush ha perfettamente ragione. L’indecenza dell’abbigliamento mina il decoro della Casa Bianca, eccome! Dick Cheney e Donald Rumsfield ad esempio decisero l’invasione in Iraq mentre giocavano a carte nel giardino della White House, indossando una canottiera e degli zoccoletti. La strategia per l’Afghanistan fu messa a punto da Condoleeza Rice e dai suoi collaboratori mentre sorseggiavano una menta, in costume da bagno, ai bordi della piscina presidenziale (Bush, stanco per il running pomeridiano, pisolava sulla sdraio). Ora, per fortuna, tutto questo sta per finire. Solo un po’ di pazienza: bisogna aspettare questi benedetti provvedimenti per la decenza. Non quelli di Mr. President. Quelli che prenderà il popolo americano, quando (tra oltre un anno, bisogna pazientare ancora un po’…) manderà a casa quest’amministrazione. E, forse, un grande paese smetterà di avere un piccolo Presidente. Speriamo.
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On line su Comicomix trovate una vignetta del nostro Eros, nella sua Galleria: Lotta per la conquista del mondo! Sempre se vi va…
Buon tutto!
P.s. Batsceba prima e poi, di rimbalzo e per ribadire, Gintonic76 poi ci hanno nominati per la z – list…nei loro blog la spiegazione, noi continueremo la catena presto, non appena ci saremo messi d’accordo tra di noi…






