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Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata. Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale. Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera. E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura.Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano. Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.
Per questo, anche se incontro sempre qualcuno che mi spiega che penso, continuo a credere che presto la notte se ne andrà con le sue stelle arrugginite in fondo al mare. Sono sicuro che presto passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore. E passerà il freddo, perchè la neve morirà domani, e l’amore ancora ci passerà vicino. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, ma sarà anche un giorno incerto di nuvole e sole. Ed è per questo che sono qui, a Genova, e ascolto la tua voce che ormai canta nel vento. E penso dolcemente a te, amico fragile, che sei morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Qualcuno dice che non è servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Può darsi. In ogni caso, mentre penso a te che dormi sepolto in un campo di grano, immagino che dall’ombra dei fossi ti fan veglia mille papaveri rossi. Sorrido tra le lacrime e continuo a camminare a testa alta. In direzione ostinata e contraria, sempre sulla cattiva strada.
Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä..
Ciao, Fabrizio.
..e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose
(Pubblicato a suo tempo su Giornalettismo e su Lo Scarabocchio di Comicomix)
Eccoci qui, “con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Noi che non siamo mai sicuri che “quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”. “Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”.
Genova, sommersa dall’acqua. Genova e i suoi oltre 40 torrenti. Il Polcevera, lo Sturla, il Bisagno. E il Fereggiano, che l’altro ieri ha seminato paura e morte. Torrenti violentati da decenni di cementificazione selvaggia, in un Paese dove la gente applaude ai condoni, e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e centri commerciali, ammaliata dalle promesse di “meno tasse per tutti” o di un “nuovo miracolo italiano”. Gente soddisfatta perché non si “mettono le mani nelle tasche degli italiani”, mentre si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Perché la nave va e chissenefrega se nello scafo le crepe aumentano, “tanto non è mica roba mia, ci penserà lo Stato”.
Genova oggi somiglia a questa povera Italia assassinata dal cemento, governata da tanti incapaci e molti farabutti, con una pubblica opinione (se questa parola ha un senso nella lingua italiana) distratta se non addirittura complice di questi continui scempi. Se e quando questa classe dirigente se ne andrà, ricostruire in questo deserto delle idee, della coscienza civile e dell’umanità (altra parola che sembra priva di senso, ormai) sarà davvero un’impresa ai limiti dell’impossibile.
Ma in questa pioggia che ci bagna arriva anche un lampo giallo di sole: la solidarietà e la grandezza, che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, accanto al Marassi silenzioso, sembra ancora la superba. Con i suoi angeli dell’acqua che formano catene umane per tirare su chi è rimasto inghiottito dal torrente. Con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.
Ma quella grandezza che ritroviamo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” capiremo che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese. E non solo ripararlo dopo la tempesta.
Adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.
Pubblicato su Giornalettismo
Il ponente ligure, terra dove a comandare a Claudio Scajola, è in subbuglio per l’abolizione delle due province di Savona e di Imperia, decisa con la manovra di ferragosto. Il presidente della Provincia di Savona, Angelo Vaccarezza, benedetto da Scajola in persona, rilancia: anziché fondersi con Genova, territorio distante e con altri problemi, propone una fusione Imperia-Savona-Cuneo e un prolungamento anche verso Nizza, per fare la regione delle Alpi marittime.
Una bella idea, che avrà successo e farà proseliti. Con qualche trascurabile dettaglio: bisognerà ridefinire il territorio di due regioni, Liguria e Piemonte. E servirà un trattato internazionale se non proprio una guerra con la Francia, dove si trova – pare da più di un secolo – Nizza. Una “semplice” fusione tra Imperia e Savona sembra obiettivo troppo modesto ed ha soprattutto il difetto di essere concretamente attuabile in poco tempo.
Soffia forte il vento, dal ponente ligure verso il Tirreno, e abbraccia l’Italia intera, dalle Alpi a Capo Passero. Il giorno di una semplificazione anche minima del sistema politico ed istituzionale italiano sembra infinitamente lontano.
Pubblicato su Giornalettismo
Il vento accarezza i palazzi e fa a corse con i treni che arrivano a Brignole. Si sente il brusio lontano del traffico che va verso il centro. Sembra quasi di sentire l’odore del mare. La piazza è piccola e silenziosa. Non c’è nessuno, solo un’anziana signora affacciata ad una finestra che guarda e scuote la testa.
Sembra di vedere, in mezzo alla piazza, un corpo sdraiato, come in croce. E’ solo un riflesso del sole, eppure sembra proprio il corpo di un ragazzo. Un ragazzo ucciso, morto troppo presto. Ucciso da un altro ragazzo in divisa, in circostanze che – come sempre avviene in questi casi – non sono state mai del tutto chiarite.
Eppure, è tutto così chiaro. C’è un ragazzo che non doveva essere lì, che doveva andare al mare, e invece è voluto andare a lottare contro l’ingiustizia ed è morto. Ucciso da un altro ragazzo, in divisa, che non voleva essere lì, che forse voleva andare al mare, e invece ha dovuto essere lì, mandato allo sbaraglio da gente incompetente o forse peggio, con la scusa di difendere “l’ordine pubblico”.
Sembra di vedere quel ragazzo. In croce, steso in mezzo a Piazza Alimonda, a un passo dai treni che ignari arrivano alla stazione.
Genova silenziosa piange quel ragazzo. Carlo Giuliani.
Pubblicato su Giornalettismo
Oggi luccica il mare sotto il cielo di Quarto, a Genova, ora come quella sera di 151 anni fa. L’odore del mare ti avvolge come il 5 maggio del 1860. Il rumore di fondo del traffico di chi va verso il centro non sembra poi così diverso dal vociare di quei più di mille giovani di vent’anni con addosso una camicia rossa di allora.
Sono in tanti, molti del nord, stipati in due vascelli, il “Piemonte” e il Lombardo”. Salpano verso sud, con gli occhi gonfi e il cuore in gola. Alcuni sognano un porto, ragazze, la gloria dopo la battaglia; alcuni forse un po’ di soldi, o solo un’avventura. Altri forse si sono messi in testa di “fare l’Italia”. Magari non hanno le idee chiare e ognuno ha in testa una sua idea d’Italia, che forse non è neppure questo granché. Ma salpano, sognano, vanno, anche se molti già temono che i sogni cadranno, anche se alcuni già tramano per tradire quei sogni. Già: quell’Italia che immaginavano resterà solo un bel sogno.
Oggi qui a Quarto uno stormo di gabbiani vola verso sud. Il mare luccica, il suo odore ti avvolge e in lontananza sembra di sentire sussurrare “Noi credevamo”: forse è solo il vento, forse un’eco lontana, un ricordo, un sogno irrealizzabile che continua. E quest’Italia tanto imperfetta forse non è poi tutta da buttare via.
Pubblicato su Giornalettismo
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Guido esce di casa in una fredda mattina di gennaio. E’ il 1979, su Genova spira un vento leggero, quasi impercettibile. Guido si avvia verso la sua 850 parcheggiata sotto casa per andare al lavoro. Non ci sono già da qualche giorno i suoi angeli custodi, alcuni suoi compagni di lavoro che lo sorvegliano. Guido non li ha voluti. Lui non è una persona importante, dice, è un semplice operaio dell’Italsider. A che gli serve una scorta?
Ma Guido non è un uomo qualunque. E’ un operaio, un sindacalista, un comunista. Uno che vuole cambiare questo mondo. Ma quando, ad ottobre ha visto un uomo distribuire volantini delle Brigate Rosse, quelle che hanno ammazzato tanta gente e pochi mesi prima l’onorevole Moro della Dc, nella sua fabbrica non ha avuto paura e l’ha denunciato. Perché Guido sa che questo mondo non va, che ci sono tante ingiustizie e tante cose da cambiare, ma sa che si può farlo solo con la forza chiara e limpida delle idee, della libertà e della giustizia.
Guido entra in auto, e tre uomini gli si parano davanti. Non sono angeli, sono demoni. Sparano alle gambe e scappano. Guido resta in auto, e pensa alla sua giovinezza, alle montagne che ama tanto, quando la scali la montagna è dura ma se la rispetti non ti fa del male. E poi la puoi affrontare a viso aperto, non ti spara a tradimento nell’ombra di una fredda mattina di gennaio mentre su Genova sorge il sole e si va a specchiare nel mare disegnando riflessi rossi e azzurri nell’aria.
Pensa a Sabina che cresce e che diventerà grande e dovrà vivere in un paese migliore, dove c’è più verità e più giustizia, dove la gente combatte in quello che crede ma nel rispetto della vita e della libertà di tutti. Se ci riuscirà proverà a spiegarglielo ancora, anche se adesso le gambe fanno male e il sangue esce copioso. Ma uno dei tre demoni torna indietro e gli spara un colpo al cuore. Guido affonda in un buio freddo, mentre il sole accarezza la sua 850 ferma ai bordi della strada.
In tanti lo piangeranno: saranno più di 250 mila. Ci saranno tutti, anche quelli che l’hanno lasciato solo a denunciare il mostro orrendo che alcuni chiamavano compagni che sbagliano e molti altri semplicemente terrorismo. E intanto il tempo passa, le bandiere cadono, ma c’è sempre la stessa ingiustizia, ora come allora. Ma di Guido, semplice operaio dell’Italsider che ebbe il coraggio di denunciare le Brigate Rosse e fu ucciso in una fredda mattina di gennaio di tanti anni fa, nessuno si vuole più ricordare. A lui non si dedicano strade o piazze d’Italia, a lui il Senato ha negato tempo fa quella sala data per commemorare Bettino Craxi. Forse perché Guido non era uno “statista”, era solo un semplice operaio comunista che ora scala le montagne del cielo con il sorriso amaro che hanno i montanari.
Ma a lui, in questo giorno freddo di gennaio, va un sorriso ed un pensiero. Un grazie, per aver insegnato la strada, la lotta faticosa e quotidiana contro l’ingiustizia si combatte con la forza gentile delle idee e con la dignità ed il coraggio delle persone semplici. Perché questo mondo che continua a non andare possa cambiare.
A Sabina Rossa, a Guido, a tutte le vittime del terrorismo e alle loro famiglie
Buon tutto!
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La festa del Pd che si sta svolgendo in questi giorni a Genova è perduta, per sempre. Con il solito autolesionismo, tipico della sinistra moralista e bacchettona che ci ritroviamo, gli unici momenti di alta politica a cui avrebbero potuto assistere i partecipanti alla festa sono svaniti, per colpa di una frase galeotta dell’organizzatore Lino Paganelli. Che, rispondendo a chi gli chiedeva come mai alla festa fossero stati invitati numerosi esponenti del centrodestra e del governo, ma non il primo ministro Silvio Berlusconi, ha risposto: “Perché è una festa, mica un festino”
Una frase tanto offensiva non poteva lasciare insensibili i ministri del governo Berlusconi. Il Cavaliere non si tocca, neanche con una battuta. E così il ministro della Difesa Ignazio La Russa, dopo aver meditato sulla sua indignazione per oltre 24 ore (stava decidendo se farsi una risata o inviare l’esercito a Genova e renderla bella e superba come ai bei tempi del G8 del 1994) ha incitato tutti i ministri PdL a disertare la festa. E così, Franco Frattini ha declinato l’invito. Poi Altero Matteoli, e ancora Giorgia Meloni e infine si è allineata Mara Carfagna. Che, con una metafora degna dei sui nobili trascorsi , ha detto: “La sinistra ha perso il pelo ma non il vizio”. Tutti hanno detto che, a meno di scuse o marce indietro, loro non parteciperanno alla festa.
L’idea di perdersi le dichiarazioni di Frattini, di Matteoli, della Meloni e soprattutto della Carfagna ha gettato tutti coloro che avevano intenzione di andare alla festa nel più profondo sconcerto. A nulla sono valsi i consigli di “farsi una bella risata e prendere la frase per quella che è, una battuta e andare tutti alla festa”. Ormai, la decisione è presa. Il fatto che alla festa partecipino altre decine di artisti, politici, giornalisti, intellettuali, i due Presidenti di Camera e Senato non ripaga della grave perdita di non poter sentire e vedere la Carfagna.
E’ un brutto colpo anche al dialogo tra maggioranza e opposizione. Una frase come quella di Paganelli getta una luce (ovviamente) sinistra sulla reale natura del Pd, un partito pieno di odio e che incita all’odio. Niente a che vedere con le soavi dichiarazioni degli esponenti del PdL, come ad esempio il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ieri ha gentilmente definito il segretario del Pd Franceschini “un disperato, un miserabile, uno sciacallo”. Parole educate, amorevoli, che testimoniano delle differenze esistenti tra i due schieramenti.
E così, il Pd si vendica. Il segretario ha ordinato a tutti gli esponenti del Pd di confermare le loro partecipazioni in massa alle feste del PdL alle quali erano stati invitati. Un dispetto enorme per il PdL: vuoi mettere una sfilata delle ragazze del Grande Fratello con un dibattito con Rosy Bindi?
Ma tutta questa vicenda non sarebbe mai nata se Lino Paganelli, l’organizzatore della festa, il colpevole della mancata defezione di questi importantissimi personaggi che abbassano il livello del dibattito politico di Genova in modo irreparabile, avesse saputo del famoso detto che andava di moda nell’antica Grecia: “Al satiro non piace la satira”. Preferisce le escort.
Buon tutto!
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E’ ora di smetterla con questa persecuzione. Povero Silvio, non bastava il quotidiano La Repubblica, punta di diamante di quella sinistra moralista e bacchettona che giustamente campioni del liberalismo come Angelo Panebianco rimproverano di scarsa “duttilità”. Ora ci si mettono anche i Vescovi, che cadono – come sua moglie e come tutta la stampa estera – nel tranello delle calunnie contro di lui, parlando di uno stile di vita che li mette a disagio. In fondo, lo ha detto lui per primo di non essere un santo
E’ ora di dire basta. E lui lo ha detto, una volta per tutte, da grande comunicatore qual è, su un settimanale di proprietà del presidente del Milan, specializzato nel gossip: il miglior giornale possibile per parlare di politica, discettare di etica e dare lezioni di moralità esistente in Italia.
Ripetiamolo anche noi, assieme a lui:
Il povero Silvio non ha mai intrattenuto relazioni con minorenni. Casomai con non maggiorenni.
Il povero Silvio non ha mai partecipato a festini. Ha solo preso parte a piccole feste, cene certamente simpatiche.
Il povero Silvio “non ha mai invitato consapevolmente a casa persone poco serie”. Ci sono venute da sole, ed erano note escort.
Insomma, il povero Silvio non dice bugie. Dice solo mancate verità.
Buon tutto!
Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata. Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale. Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera. E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura. Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano. Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.
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