La crisi finanziaria dal 2008 ad oggi ha bruciato 21,3 milioni di posti di lavoro nei Paesi del G20. Nell’Unione Europea ci sono 24,7 milioni di disoccupati, con un aumento del 9,4%. Maglia nera è l’Italia, dove solo nell’ultimo anno i disoccupati sono aumentati del 23%. La situazione è ancora più grave guardando alla sola popolazione giovanile. Lo dice l’Ocse.

Tornare al tasso di occupazione pre-crisi sembra un’impresa impossibile, che comunque richiederebbe uno sforzo titanico. Ma i “mercati”, le Agenzie di Rating, i grandi della Terra e quelli d’Europa, sembrano affaccendati in altre faccende. Cose evidentemente più importanti: lo spread, gli eurobond, il fiscal compact, l’austerità, le politiche dei “sacrifici”.

Ci deve essere stato, da qualche parte, una sorta di cortocircuito, una dissociazione mentale che ha colpito quei club esclusivi che governano il globo. Che agiscono come se l’economia fosse una cosa separata dall’umanità, una scienza grigia e fredda che si occupa di numeri anziché, letteralmente, di “come massimizzare la felicità e il benessere degli esseri umani”. E non di alcuni esseri umani, ma di una buona parte. Meglio ancora, di tutti.

Perché un sistema basato su una società dei consumi di massa – che, almeno fino a che qualcuno non avrà scoperto una ricetta migliore, resta una buona “invenzione” che dovrebbe semmai essere diffusa a tutti, temperandone le storture e le disuguaglianze – non funziona senza una massa che lavora e che poi spende.

Quando questa follia – che purtroppo è ricorrente, una cosa simile successe negli anni ’30, non duemila anni fa – cesserà, oltre che contare le perdite e lo spreco di umanità che ci saremo lasciati alle spalle, bisognerà mettersi all’opera per scolpire in ogni piazza di ogni città e scrivere: “Chi non lavora non consuma”.

A futura memoria. Sperando che basti.

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Lucia guarda fuori dalla finestra, il mare è agitato sotto il cielo grigio. Dall’altra parte, lo sa, in un qualche punto imprecisato dell’orizzonte, c’è Atene. Il Partenone, la Grecia classica studiata sui libri, la Grecia visitata da piccola con mamma e papà, la Grecia rivista da grande.

Lucia sa che la Grecia è messa male. Per colpa dei greci, dicono alcuni. Per colpa dei tedeschi, dicono altri. Ma Lucia pensa che adesso, più che stabilire chi ha torto e chi ha ragione, c’è da guardare al futuro. Lucia non ne capisce molto, ma una cosa l’ha capita.

Non le piace questa sorta di Risiko che alcuni uomini e donne potenti – alcuni greci, alcuni tedeschi, altri francesi o ci chissà quale Paese – stanno giocando sulla pelle di milioni di persone. E che siano greci, tedeschi, spagnoli, francesi o italiani a pagare il prezzo più alto a Lucia importa poco.

Lucia è nata ad Atene, da padre tedesco e madre francese, ma vive in Italia, la terra di sua nonna, perché un giorno si è innamorata di Marco. Qui vive con i suoi figli. E se le chiedono di dove si sente risponde: “Sono una ragazza dell’Europa”.

Lucia guarda il mare in tempesta, il cielo sembra nero. Pensa che non le piacerebbe morire per Atene. Ma non le piacerebbe neppure che Atene morisse.

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Essere bambini, in Italia, è un mestiere difficile, più di quello dell’adulto. Sono mediamente più soli e più a rischio, anche di povertà – lo ricorda un dossier di Save The Children – molto di più dei loro coetanei europei. Uno spread di cui nessuno si preoccupa.

Ascoltare i bambini,  preoccuparsi di loro, non è mai di moda. Cose note, risapute, a cui ci siamo ormai rassegnati. Ai bambini si danno le briciole: manca il tempo, la voglia, la forza. Non è un problema di amore: tutti amano i loro bambini. E’ un problema di attenzione, di considerazione.

Rimedi? Tanti, se si vuole. Uno, sempre buono, ce lo ricorda la campagna “Ricordiamoci dell’infanzia”: provare a raccogliere tutte le briciole che abbiamo seminato per strada, come Pollicino. Tornare indietro a come eravamo, quando eravamo bambini: cosa pensavamo, cosa ci faceva soffrire, cosa ci faceva gioire.

Prendere una foto – quelle di una volta, alcune anche in bianco e nero – che abbiamo nascosto in qualche angolo di casa, e guardare negli occhi quel bambino che siamo stati. Provare, anche solo per un momento, a guardare l’Italia dall’altezza di un bambino, quel bambino che – di sicuro – è ancora nascosto da qualche parte, dentro di noi.

Non risolverà alcun problema, ma sarà comunque un buon punto da cui ripartire.

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Federico c’era, l’altra sera allo Juventus Stadium. Assieme ad Alex, suo figlio, a festeggiare lo scudetto ritrovato, con la gioia negli occhi e il sorriso nel cuore. Federico c’era anche all’Heysel, quella sera di tanti anni fa, assieme a suo padre e a suo zio, a veder morire la gente per una partita di calcio. Da allora ha capito che lo sport è gioia negli occhi, sorriso nel cuore e rispetto per tutti, e niente violenza. E questo ha insegnato ad Alex, felice dentro lo stadio a cantare per la vittoria.

Federico c’era, mentre un mare di gente sventolava le bandiere bianconere sotto il cielo di Torino l’altra sera. Assieme ad Alex, che cantava a squarciagola “C’è solo un capitano”, con la gioia negli occhi e il sorriso nel cuore di un bimbo a cui il papà ha insegnato il rispetto per tutti e niente violenza. E si è stranito quando, a Piazza Castello, davanti a un negozio ha visto la polizia schierata.

Non sa Alex che quello è il Granata store, il negozio ufficiale di gadget e magliette del Toro, l’altra squadra cittadina. E che domenica scorsa, dopo Cagliari-Juve, qualcuno che si è autodefinito tifoso lo ha assaltato e danneggiato, in nome della festa per lo scudetto ritrovato. E stavolta, per evitare il peggio, si è preferito farlo presidiare dalla Polizia.

Federico, che è amico di quel negoziante, non ha avuto il coraggio di dirglielo. Perché il calcio, lo sport, per un bimbo che cresce dev’essere solo gioia negli occhi e sorriso nel cuore. Glielo spiegò il suo papà, il nonno di Alex, in quella sera di maggio all’Heysel, tra morti calpestati con le sciarpe bianconere.

Una cosa semplice. Purtroppo, per qualcuno sembra davvero difficile da capire.

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Quanto sarebbe bello vivere in Italia se non ci fosse Equitalia! Lo dicono tutti, davvero non se ne può più. E sono sempre di più gli italiani che – esasperati dalle vessazioni di questi vampiri delle tasse – passano alle vie di fatto, tra l’approvazione generale di politici, giornalisti e della “gente”.

Purtroppo Equitalia ha dei complici agguerriti. Tra di loro, alcuni economisti di Banca d’Italia, che hanno pubblicato recentemente uno studio. Da cui emerge che in Italia ci sono 290 miliardi di evasione fiscale o contributiva, oltre il 18 per cento del prodotto interno lordo nazionale. Un dato in continuo aumento.

C’é gente che ha la temerarietà di ricordare che Equitalia sia una società con il compito istituzionale di riscuotere i tributi in Italia. E che lo faccia applicando le leggi dello Stato e i provvedimenti che vongono emessi da Sindaci, Erario, Inps e altri. Nel suo agire ci sono sicuramente storture, inefficienze, e un po’ di disumanità burocratica.

Ma ricordandosi che se non ci fossero quei 290 miliardi di evasione, l’Italia non avrebbe problemi di tenuta dei conti, e che chi evade ruba a tutti i contribuenti onesti, si avrebbe più titolo a criticarne gli errori.

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Le cronache riportano sempre più di rado le esternazioni di Silvio Berlusconi. Per fortuna, di recente, il nostro eroe è tornato a parlare. “La nostra Costituzione non consente di governare”, ha spiegato, per colpa della Corte costituzionale, “un organo politico della sinistra”, e perché al Quirinale ci sono “una serie di tecnici che con la lente di ingrandimento esamina i dettagli della legge in base ai profili di incostituzionalità”.

Da quale pulpito il nostro amato Silvio ha potuto esprimere queste illuminanti dichiarazioni? Berlusconi ha parlato alla Camera dei Deputati, durante il ritiro di un premio che gli è stato assegnato per la categoria “Politica”, il premio Guido Carli, in memoria del governatore della Banca d’Italia, organizzato dall’omonima associazione. Un premio rivolto alle eccellenze dell’alta finanza, economia, politica, giornalismo e imprenditoria.

Berlusconi è un eccellente uomo di governo, lo dimostrano i brillanti risultati – in questi giorni particolarmente sotto gli occhi di tutti gli italiani – nella gestione dell’economia, della giustizia, dell’ambiente. Siamo il Bel Paese, pieno di santi, navigatori, poeti. Un premio dunque certamente meritatissimo.

Vogliamo quindi pubblicamente ringraziare i membri della giuria che glielo ha assegnato: tra gli altri da Gianni Letta (presidente), Antonio Martusciello, Giovanni Minoli, Mario Orfeo, Barbara Palombelli e Antonello Piroso.

E speriamo che presto gli italiani assegnino a Berlusconi tutti gli altri premi che si merita.

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Trenitalia, le vecchie ferrovie dello Stato, festeggia un importante traguardo: i cento milioni di viaggiatori sul nuovo servizio Frecciarossa. Un risultato importante, una svolta per il Paese, stretto tra l’eccessivo uso dell’automobile e al viaggio aereo anche per le tratte interne brevi. Una cosa così va festeggiata.

E infatti, Trenitalia festeggia. Con un bel concorso a premi, per incentivare ancora più l’utilizzo del treno e dell’alta velocità. Chi acquisterà un biglietto per i treni ad alta velocità tra maggio e settembre potrà vincere un ricco premio. Una splendida Fiat 500 Pop Star. Un’automobile.

Un’idea magnifica, un’iniziativa di marketing eccezionale: come se autoconcessionario di Fiat mettesse in palio una Volvo, o se un albergatore di Rimini vendesse vacanze a Portofino, o se Berlusconi facesse campagna elettorale per Bersani (oddio, potrebbe succedere…?), o la Juve festeggiasse lo scudetto offrendo ai suoi tifosi l’abbonamento alle partite del Milan.

 E poi dicono che non siamo il paese dei geni. Incompresi.

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Italiani e greci, una faccia una razza. E’ un detto molto popolare, in Italia e in Grecia. Dopo l’esito delle elezioni politiche nel paese ellenico, sentirlo fa un certo effetto. Già. Perché la reazione di quel Paese alle dissennate scelte del binomio Merkel – Sarkozy è la paralisi politica ed economica.

Con una consistente dote di voti a leaders che – al di là delle loro collocazione politica – propongono ricette estremistiche, suicide e demagogiche, ancorché “popolari”, ad un Paese sfibrato dalla crisi.

Dire che le ricette per superare la crisi greca sarebbero il rigetto degli accordi presi con i suoi creditori, l’uscita dall’Euro, l’assunzione di dipendenti pubblici, il divieto di licenziare e altre sciocchezze del genere non è solo infantile e demagogico: è pericoloso.

Certo la politica del rigore a tutti i costi imposta dalla Germania è sbagliata, ma l’idea che si possa superare una crisi come quella che stiamo passando infischiandone non tanto dei mercati quanto delle più elementari leggi dell’economia, sfuggendo a decisioni – dolorose ed impopolari – ma indispensabili è demenziale.

L’Italia non è la Grecia. Lo dicono un po’ tutti. Sarà, ma sentendo l’umore di qualche vecchio partito in rottamazione e di qualche nuovo movimento di tendenza delle nostre parti, quel detto popolare torna in mente.

E non mette di buon umore.

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Illustri politologi stanno interrogandosi sui sorprendenti – a loro dire – risultati elettorali della tornata amministrativa in Italia. Fervono dibattiti animati soprattutto sulle motivazioni che hanno spinto gli elettori ad abbandonare il PdL e le Lega Nord.

C’è chi dice che dipende dall’antipolitica. Chi pensa che la colpa è dello scandalo Ruby. Chi urla che l’elettorato non ha capito la scelta del PdL di appoggiare Monti. C’è chi paventa per la Lega Nord l’effetto Belsito-The family.

Nessuno che si soffermi sulla curiosa circostanza (una coincidenza?) che PdL e Lega Nord abbiano governato l’Italia 8 degli ultimi dieci anni. E che forse, anche se purtroppo con un colpevole ritardo, anche gli italiani – dai e dai – potrebbero essersene accorti e si siano comportati di conseguenza.

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Sotto il cielo di Zolder la Ferrari rosso ventisette corre come il vento. Dentro c’è un uomo con lo sguardo dolce e il cuore impavido. Si chiama Gilles. C’è chi dice che il suo mondo è come un circo, e che lui è l’acrobata più bravo e più bello. C’è chi dice che Gilles è un poeta, che scrive poesie tra rombi di motore e tornanti.

Gilles non è un poeta, forse neppure un santo. Ma è un pilota, mica uno che guida un’auto da corsa. Va, con il cuore gonfio di amarezza, corre per la discesa che immette alla curva ‘Terlamenbocht’, la curva del bosco. Un bosco che si vede anche a trecento all’ora, e gli ricorda il suo Canada, la sua Saint-Jean-sur-Richelieu, dov’è nato. La sua neve, i suoi silenzi.

Ma adesso c’è il motore che canta. Ha fretta, Gilles. Deve andare più veloce del vento. C’è una gara da vincere, un trofeo da mostrare, un altro giro verso un futuro da raggiungere ma che scappa sempre un metro più in là. La sua Ferrari rosso ventisette è un fulmine di scintillante bellezza, il suo motore è un grumo di rabbia, il suo destino è guerra lampo e poesia.

Davanti all’improvviso un’altra auto. Non si può rallentare, non ci si può fermare, in questo gioco dove magie, belve e domatori, acrobati e bellezze girano in tondo, e correre è solo un altro modo per non pensare al tempo che se ne va. Pensa a Johanna, al piccolo Jacques, che già guida come papà. E pigia sull’acceleratore, andando a destra. Anche l’altra auto si sposta a destra.

L’auto scarta, s’impenna. Attimi che scorrono, Gilles pensa che tutto questo è come un sogno, un pilota che corre, un circus che si sposta di città in città, un altro spettacolo, un carrozzone dove alla fine è l’acrobata più spericolato a salire lassù, sul filo teso nel vuoto. Un acrobata che danza nel cielo di Zolder, senza un senso che non sia solo questo andare più veloce del vento.

Adesso la Ferrari rosso ventisette gira, come la vita che passa e se ne va. Un giro, poi un altro, così; c’è sempre un posto dove andare, un trofeo da sollevare, un senso che non c’é. Gilles è calmo dentro il vortice impazzito di lamiere. Vede in un lampo il bosco accanto. Pensa al Canada, alla neve, ai silenzi. E capisce che non ritornerà mai più a Saint-Jean-sur-Richelieu.

Si slaccia le cinture, si toglie il casco. Scende dalla sua Ferrari rosso ventisette, ed entra nella leggenda. E sorride.

“Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l’attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.” (Gilles Villeneuve)

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