Mi chiamo Sril. Sril Jacob. Ho 6 anni. Sono arrivato in questo posto che mi dicono si chiami Auschwitz nella primavera del 1944. Ho viaggiato per giorni su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni. Sono arrivato dall’Ungheria, dove dei signori cattivi ci avevano radunato del Ghetto di Budapest, caricato su questo treno sporco e umido, dove siamo stati ammucchiati per giorni. Avevo un po’ paura, ma mi hanno insegnato a rimanere tranquillo e a non fare storie. Così ho sopportato il lungo viaggio,  avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra. Quando ero stanco, il nonno mi aiutava facendomi appoggiare al suo bastone, oppure il cugino Mendel, o Lili, mi prendevano in braccio. Quando siamo arrivati dei signori che parlavano tedesco, che mi hanno detto essere delle SS, ci hanno fatto sostare su di una banchina: Eravamo a migliaia, tutti radunati, ognuno con il suo soprabito, le signore eleganti nonostante il viaggio, gli uomini in doppiopetto. I bambini aggrappati alle madri, un po’ spaesati come me. Un tipo in divisa ci scrutava, e alzava il braccio. Ora il destro, ora il sinistro. La chiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratello ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili al suo destino, e mi sono intristito perché mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro” e l’hanno mandata ai campi, mentre a noi spetta la “Villeggiatura”. Ora, non è che questo posto sia un granchè, ma sempre meglio del ghetto dove morivamo di paura, ogni volta che sentivamo avvicinarsi quei cattivi in divisa. Sapere che a lei toccherà di lavorare, mentre io potrò finalmente giocare in pace, mi fa sentire un po’ in colpa. Questi signori, non capisco bene cosa dicono, ma sono gentili. Un po’ bruschi, forse, ma molto gentili. Ci sono due uomini, due ufficiali, che ci fanno un sacco di fotografie. Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle, e una bimba, Gertel, l’hanno fotografata mentre faceva le polpettine con la terra. Ci hanno portato in fabbricato, e fatto scendere nel sottosuolo. Un avvocato ben vestito che capisce il tedesco, mentre sgridava i suoi figli che si mettevano le manine in bocca e volevano correre avanti, facendo inquietare i soldati, ci ha spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo darci una rinfrescata, farci una doccia. La disinfestazione. A me lavarmi non mi piace mica tanto, ma ero così sporco, che ne sono quasi stato contento. Alcune signore, invece, erano imbarazzate, e qualche soldato si è offerto gentilmente di coprirle con un telo, se avevano vergogna. Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, altrimenti al ritorno dalla doccia, con quella confusione, avremmo potuto perdere i nostri vestiti. E io, al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo. Appena entrati nelle docce, si è sentito un rumore, e dalla doccia è uscito uno strano fumo dall’odore acre. E’ stato strano, perché, improvvisamente, mi sono sentito catapultato in aria, per un attimo è diventato tutto buio, ho sentito mia nonna urlare, mio fratello tremare. Poi, più niente, solo una grande quiete…E ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù, ho visto l’avvocato, delle donne, la mia Lili che piangeva disperata. E mi è sembrato che passassero giorni e giorni, ma era strano, non avevo né fame né sete, giravamo sfiorando i rami delle betulle, il viso di Lili che lavorava nel campo, gli altri che arrivavano e scendevano a fare la doccia. Non era male, in fondo. E poi, un giorno, sono arrivati dei soldati con divise di altro colore. La gente li accoglieva stanca e triste, ma non c’era paura, anzi. Io ho seguito la mia Lili (chissà perché la chiamo e non  mi risponde più?) entrare nell’infermeria e cercare una coperta. Ma ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo noi. Io, mio fratello, i nonni. Lili, non so perché, è scoppiata a piangere, ha stretto a sé l’album, è uscita. Se ne andata dal campo, e sono passati tanti giorni, è cresciuta è diventata una donna. E un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie. Le hanno chiesto di farci un libro, Album Auschwitz. E quel libro è uscito in tutto il mondo, è diventato famoso, adesso è uscito anche in un paese chiamato Italia. E adesso, anche se sono qui che viaggio nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, la bimba con le polpette di terra, ai tanti bambini ungheresi svaniti in quelle doccie di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi ancora dal Darfur, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Nigeria (mamma mia quanti ne arrivano, tutti i giorni!), mi piace che ci siano tanti che vedono la mia fotografia, mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con negli occhi bambini la gioia della vita che mi attende, i fiori, l’amore, il lavoro, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo. Forse, in questi giorni in cui la cronache sforna notizie di ogni tipo, vedendo quelle foto la gente si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz…

Album Auschwitz è pubblicato da Einaudi. E’ un album di foto scattate da due ufficiali tedeschi per documentare l’efficienza del campo, ritrovato dalla deportata Lili Jacob alla fine della sua prigionia, che ci ritrovò le foto della sua famiglia sterminata e successivamente divulgato in tutto il mondo e, finalmente, anche in Italia. Esso ci mostra Auschwitz prima dell’orrore, la marcia ignara e quasi felice verso lo sterminio in oltre duecento immagini. Oltre questo libro, nell’approssimarsi di questa ricorrenza, Comicomix vi consiglia anche la lettura di Maus, il più grande capolavoro sull’olocausto. E’ un libro a fumetti, e rende chiaro cosa è stato l’Olocausto grazie al fumetto, un’arte straordinaria ma in Italia considerata a torto di serie B. Un’arte con cui si possono affrontare in modo incredibilmente profondo temi difficili e di straordinaria importanza.

(Pubblicato a suo tempo sullo Scarabocchio di Comicomix)