E’ una strana storia quella che accade ad Albenga, cittadina del Savonese. Terra agricola dove con il benessere economico sono arrivati molti maghrebini che hanno preso il posto dei fattori italiani e spesso hanno anche sposato le loro figlie.
E’ la storia di due bimbi contesi, di 5 e 3 anni. Figli di Khalid, artigiano musulmano e di una donna italiana ex tossicodipendente. Rotta la coppia, e non ritenendo il padre in grado di fare il genitore da solo, il tribunale dei minori vuole affidarli ad una famiglia adottiva. Lui nega e li reclama.
Sarebbe una storia come tante. Se non fosse che la famiglia adottiva è di religione musulmana, e che il padre motivi la sua opposizione invocando tra l’altro il fatto di aver cresciuto i suoi figli da “cristiani”, da “italiani”. E – spalleggiato dall’amministrazione comunale a guida leghista e dal parroco – vuole che continuino a “mangiare il prosciutto e l’arrosto di maiale”.
Difficile – senza conoscere il dettaglio delle carte in mano ai giudici – stabilire la verità giuridica della vicenda. Naturale pensare che i figli debbano stare con i loro genitori, a meno di situazioni obiettivamente “difficili”. Istintivo però, quando si tirano in ballo in queste faccende storie di religione, sentire uno sgradevole odore.
I bambini hanno bisogno di amore e di serenità. Il prosciutto può attendere.
Pubblicato (anche) su Giornalettismo







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